greenwashing

il problema delle nanopatologie (nanotoxicology – nanotossicologia)  costituisce un serio pericolo per la salute pubblica e,  purtroppo, in Italia,  molte volte sottovalutato dalla comunità scientifica: ad esempio  l’alta incidenza  di malati di cancro tra i militari esposti all’uranio impoverito non è dovuta alle radiazioni ionizzanti, quanto all’inalazione  di nanoparticelle (polveri sottili) di metalli pesanti inorganici ( mercurio (Hg), cadmio (Cd), arsenico (As), cromo (Cr), tallio (Tl), piombo (Pb),  rame (Cu) zinco (Zn)) presenti in atmosfera a seguito della fusione ad alta temperatura degli ordigni !!!
Infatti il rischio di contrarre nanopatologie non deriva soltanto dall’esposizione all’uranio impoverito, dall’inalazione  delle nanopolveri emesse dagli inceneritori oppure dalle amalgame dentali a base di nanofiller di biossido di silicio e/o titanio,   ma anche dall’impiego di nanoparticelle inorganiche  in moltissimi nuovi prodotti “nanotecnologici” impiegati nell’ edilizia: e’ sempre più diffuso l’impiego delle nano-particelle a base di biossido di silicio e di titanio nel settore delle costruzioni ed infrastrutture  (pitture antibatteriche, rivestimenti fotocatalitici antismog, prodotti sequestranti il biossido di carbonio, nanoparticelle a base di minerali inorganici per manti stradali, manufatti edili nanotecnologici, etc), che vengono addirittura pubblicizzati come prodotti e sostanze ANTINQUINAMENTO AD ALTA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE !!!!).
In realtà, dalle numerosissime ricerche scientifiche internazionali, le micro e nanopolveri di biossido di silicio, titanio e quarzo, (come le nanopolveri di metalli pesanti di cui sopra) una volta inalate e/o ingerite, essendo più piccole di un virus, si distribuiscono nell’apparato circolatorio e si depositano in organi e tessuti umani,  innescando dei processi pro-infiammatori e pre-cancerosi. (ad esempio patologie cardiovascolari ed autoimmuni dovute all’infiammazione cronica, granulomatosi pre-cancerosa, etc). 
Oltretutto se applicate sui manti stradali, queste nano-polveri di biossido di silicio e/o titanio inferiori a 0,001 micron, accoppiandosi con le nanoparticelle di metalli pesanti derivate dallo smog, formano un aerosol estremamente più nocivo del PM1 e del PM 2,5 (considerato che l’area di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle).
Allora perchè i Dipartimenti di Protezione Ambientale ignorano  questo rischio?
la risposta è molto semplice: 
NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE !!!
Infatti le attuali strumentazioni in uso presso i Dipartimenti di Protezione Ambientale (ARPA, APAT, etc) non sono in grado di rilevare la presenza in atmosfera delle nanoparticelle inferiori a 0,001 micron (cioè nanoparticelle più piccole di un batterio e di un virus), tutt’al più rilevano il PM1 o PM 0,5, ma mai il PM 0,001. 
 
E Perchè il Ministero della Salute ignora questo rischio?
la risposta è sempre la stessa:  
NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE !!!
basterebbe fare una semplice biopsia ad alcuni malati di cancro ed ai malati di malattie cardiovascolari o di infiammazione cronica, analizzare i tessuti prelevati con microscopio elettronico a scansione ambientale, associato ad uno  spettroscopio a dispersione di energia (purtroppo nel mondo sono ancora pochi i centri dotati di di questi microscopi) e che cosa potremmo trovare in alcuni organi bersaglio come reni, fegato, cuore, cervello e polmoni? : ……FRAMMENTI DI NANOPARTICELLE INORGANICHE DI MINERALI AD ALTA MASSA ATOMICA ED ELEVATA DENSITA’ !!!
autore: Bart Conterio

DIOSSIDO DI TITANIO UN RISCHIO PER LA SALUTE?

un articolo dell’ ARPA Emilia Romagna

IL DIOSSIDO DI TITANIO, SOPRATTUTTO IN FORMA NANOPARTICELLARE INCONTRA UN UTILIZZO  QUOTIDIANO CRESCENTE (IN FILTRI SOLARI, VERNICI, SUPERFICI AUTOPULENTI, COLORANTI  ALIMENTARI ECC.). NUMEROSI STUDI TOSSICOLOGICI HANNO RIPORTATO CHE PROVOCA EFFETTI AVVERSI ED È CLASSIFICATO COME POSSIBILE CANCEROGENO.

 

……Per quanto riguarda i dati epidemiologici, lavoratori esposti a TiO2
respirabile tendono ad accumularlo a livello polmonare, dove provoca  fibrosi (18). Studi epidemiologici condotti negli Usa e in Canada non riportano un eccesso di rischio di cancro polmonare (19; 20).

Uno studio epidemiologico retrospettivo condotto in sei Paesi europei ha evidenziato un piccolo ma significativo aumento della mortalità per tumore polmonare tra i lavoratori maschi esposti a TiO2 rispetto alla popolazione
generale.  Nessuna relazione dose-risposta è  stata però osservata (21).

Benché al momento non supportate in modo chiaro da dati epidemiologici, le evidenze sperimentali sono state ritenute sufficienti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) per l’inserimento di  TiO2 (indipendentemente da dimensione  e forma delle particelle) in classe 2B (possibile cancerogeno per l’uomo).

Recentemente, anche il Niosh (National Institute for Occupational Safety and Health, Usa) ha classi cato TiO2 nanoparticellare, ma non quello sub-microparticellare, come cancerogeno occupazionale e ne ha stabilito valori limite in ambito occupazionale di erenti: 0.3 mg/m3 per il primo e 2.4 mg/m3 per il secondo.
Se ne deduce che l’esposizione ambientale non costituisce al momento un rischio per la salute della popolazione generale, mentre l’esposizione occupazionale dovrebbe essere controllata.

Misure protettive dovrebbero pertanto essere applicate non soltanto nelle  fasi di produzione industriale di TiO2 , ma anche durante certe applicazioni, quali la rimozione di vernici o la distruzione di materiali contenenti TiO2.

In conclusione, l’esposizione complessiva a TiO2 nanoparticellare non è nota. Questo non consente una valutazione quantitativa del rischio posto da TiO2 nanoparticellare.

Data la sua versatilità in termini di dimensione e forma delle particelle e dell’attività fotocatalitica, non è possibile giungere ad alcuna onsiderazione conclusiva in quanto le diverse forme di TiO2 possono agire in maniera molto diversa.

In questo contesto, un’indicazione obbligatoria e chiara della presenza di TiO2 nanoparticellare nei prodotti alimentari e cosmetici potrebbe consentire una migliore definizione dello scenario espositivo, che risulta essenziale per un processo di valutazione del rischio

leggi l’articolo completo:
http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2013_1/manucra_es1_13.pdf

 

Cost Optimal and Nearly Zero-Energy Buildings (nZEB)

Jarek Kurnitski Editor

Cost Optimal and Nearly Zero-Energy Buildings (nZEB)

Definitions, Calculation Principles, and Case Studies

Springer

 

Preface

Nearly zero-energy (nZEB) buildings and cost-optimal energy performance have suddenly become a widely discussed topic across Europe. How to construct these buildings, how to design them, and above all what it means are relevant questions that many building professionals and decision makers from both the public and private sector need to ask and find answers to. The current situation is historic, as the EU has to be ready for the mass construction of nZEB buildings by 2019.
Behind the scenes of this system-wide change in construction, directives on
energy performance in buildings in combination with related R&D at all levels, from technology to calculation methods and regulation, have made it possible to design and construct buildings with remarkably improved energy performance.
nZEB buildings are expected to use 2–3 times less energy compared to today’s modern buildings, should also provide a high-quality indoor environment and long service life, and have to be easy to operate and maintain. Yet, there is still a long way to go in order to realize these ambitious goals in practice, and we hope this book represents a valuable step forward.
There are good reasons for European regulations on the energy performance of buildings: Buildings account for roughly 40 % of total primary energy use in the EU and globally, and also offer the greatest cost-effective energy saving potential compared to other sectors. Unlike the energy and transport sectors, in the building sector the technology for energy savings already exists, making rapid execution possible once the necessary skills and regulations are in place.

Uniform implementation would accelerate the process, as differences in regulations complicate building design, installation and construction, as well as manufacturing and sales in the common market area.
In this book, we have collected the latest information available on nZEB buildings;  the respective authors are well-versed in the preparation of European REHVA nZEB technical definitions, as well as national regulations and nZEB requirements. They present the latest information on technical definitions, system boundaries, and methodologies for energy performance calculations, as well as descriptions of technical solutions and design processes on the basis of nZEB building case studies—essential resources for all those who need to understand and/or work with the energy performance of buildings.
The authors believe that a healthy and ongoing exchange of information will help to promote more concrete and harmonized national nZEB regulations, and to find cost-effective design processes and technical solutions for future nZEB buildings.

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CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

Stefano Montanari –

Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics

Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)

 www.nanodiagnostics.it

 Pur coinvolgendo non pochi campi della medicina, l’argomento è senza dubbio nuovo al di fuori di ambiti scientifici molto particolari e ancora riservati agli addetti ai lavori. Volendo offrire una definizione succinta, le nanopatologie sono le malattie provocate da micro e,  soprattutto, nanoparticelle inorganiche che in qualche modo riescono a penetrare nell’organismo, umano o animale che sia, e non ha alcuna importanza come queste entità piccolissime riescono ad entrare o come sono prodotte. È un dato di fatto che i meccanismi seguiti da una particella una volta che questa sia riuscita a penetrare nell’organismo sono gli stessi, indipendentemente dalla sua origine.

All’inizio degli anni Novanta, il Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti si trovò ad investigare sul perché un filtro cavale si fosse rotto all’interno della vena cava di un paziente . Il perché questo si fosse rotto fu un problema di facile soluzione, ma la nostra analisi, eseguita con sistemi fisici, rivelò qualcosa di molto strano, vale a dire la presenza su quell’oggetto di elementi come, ad esempio, il titanio, che non fanno parte dell’organismo di alcun animale superiore né entrano nella composizione del dispositivo. Un paio d’anni più tardi, ci si presentò un caso del tutto analogo e, ancora una volta, trovammo che elementi estranei sia ai tessuti umani sia alla lega metallica del filtro erano presenti. Poi, alla fine del 1998, la dottoressa Gatti ebbe l’occasione di esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno fosse in grado di dire da dove questi sintomi originassero. Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico, un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria usurata che il paziente portava. Ciò che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di una scorretta masticazione, e di un tentativo maldestro di aggiustamento erano stati inghiottiti per otto anni. Poi questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni dove erano restati, provocando una granulomatosi che si era aggravata tanto da condurre il paziente sull’orlo di un trattamento emodialitico cronico che pareva ormai inevitabile. Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia cortisonica, i sintomi si stabilizzarono, in parte anche regredendo, e non ci fu bisogno di ricorrere all’emodialisi. Cominciammo allora a cercare negli archivi delle Università di Modena e di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero sofferto di malattie criptogeniche, in particolare quelle delle quali fosse possibile ipotizzare un’origine o, comunque, una componente, infiammatoria. Il materiale su cui cominciammo a lavorare riguardava principalmente varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non batterica. In tutti i casi esaminati i campioni contenevano micro- e nanoparticolato inorganico.

Sulla base di quanto stavamo trovando, la dottoressa Gatti chiese ed ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea per allestire una ricerca più sistematica, e il progetto (QLRT-2002-147), che coinvolse anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (gruppo Philips) e la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”, indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da micro- e nanoparticelle.

Si acquistò, allora, un microscopio elettronico a scansione ambientale (ESEM) accessoriato con uno spettroscopio a raggi X a dispersione d’energia (EDS) e si approntò una metodica ad hoc, che ancora non ha uguali al mondo, appropriata per i nostri scopi. Il vantaggio principale di quel tipo di microscopio è la possibilità che questo offre di osservare campioni biologici vitali in condizioni ambientali, vale a dire non sotto vuoto (il che ne farebbe evaporare tutto il contenuto d’acqua, uccidendoli) e senza ricopertura di metalli o di carbone (il che introdurrebbe degl’inquinanti).

L’EDS, invece, permette di eseguire un’analisi elementare assolutamente precisa e puntuale del campione. Iniziate le ricerche, fu subito evidente che il particolato micro- e nanometrico è in grado di entrare nell’organismo e, almeno in parte, non viene affatto eliminato come, invece, era sempre stato dato per scontato pur senza alcuna base scientifica sperimentale, dato che nessuna ricerca in proposito era mai stata eseguita. Fu altrettanto evidente come la via preferenziale d’ingresso di quel materiale sia l’inalazione. A causa delle loro ridottissime dimensioni, quelle particelle, non importa come prodotte, restano sospese nell’aria per tempi lunghissimi. Da qui, vengono inspirate e finiscono negli alveoli polmonari dove, se sono abbastanza grossolane (si parla, comunque di qualche millesimo di millimetro), sono fagocitate dai macrofagi. Una volta che questi corpi estranei sono stati divorati, i macrofagi non sono però capaci di degradarli e, dunque, di distruggerli, perché quei corpi estranei non sono biodegradabili. La conseguenza è che, morto il macrofago, la particella rimane nell’organismo, a meno di quella frazione che i macrofagi sono riusciti a portare a livello delle vie respiratorie superiori per venire poi eliminate tramite l’espettorazione.

Se il particolato è di dimensioni nanometriche, e si parla da qualche decimillesimo di millimetro in giù, questo passa direttamente, entro un minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna.

Dal sangue agli organi il passo è breve, soprattutto se si pensa che le nanoparticelle entrano anche nei globuli rossi, un ottimo cavallo di Troia per superare ogni barriera.

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Nuovi rischi per la salute e sicurezza sul lavoro

(tratto dal primo Rapporto dell’Osservatorio  congiunto

Fillea Cgil -Legambiente- OTTOBRE 2012)

INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ NEL SETTORE EDILIZIO

 capitolo 2.15

L’ immissione nel mercato di un’infinita di nuovi materiali e componenti, che sta caratterizzando un mercato delle costruzioni in rapida evoluzione, rende difficile l’individuazione dei nuovi  rischi correlati per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono infatti tantissimi i nuovi materiali in commercio, alcuni sono potenzialmente dannosi per la salute, ma alla velocita con cui essi sono immessi sul mercato fa riscontro la lentezza delle ricerche sugli esiti tossicologici, e delle procedure atte a regolamentarne gli usi, cosi che spesso ci troviamo di fronte a situazioni di forte rischio, aggravate dalla mancanza di informazione e consapevolezza degli utenti e dei lavoratori.

E’ questo il pericolo che si profila all’orizzonte, soprattutto relativamente all’impiego dei nanomateriali. 

Nelle Tabelle poste in calce al Paragrafo sono sintetizzate le caratteristiche produttive di un campione rappresentativo di materiali innovativi, e sono elencati gli effetti prodotti sull’organizzazione del lavoro e sulla salute e sicurezza dei lavoratori (e degli utenti). Nuovi rischi per la salute e la sicurezza non sono generalmente ascrivibili ai materiali naturali,che sono costituiti da materia prima naturale rigenerabile, dunque hanno un impatto ambientale pressoche nullo e non presentano criticita legate alle fasi di lavorazione e all’uso. Anche i materiali riciclati possono presentare le stesse caratteristiche, a patto che sia controllata la fase di differenziazione del rifiuto, per evitare la presenza, al loro interno, di sostanze tossiche o pericolose. I materiali compositi possono presentare impatti ambientali e rischi, in relazione ai loro componenti, che vanno conosciuti caso per caso, e che non e possibile elencare nello specifico in questo studio.

I nano materiali sono quelli ambientalmente piu ambigui e potenzialmente piu pericolosi: si connotano spesso come ecosostenibili, in quanto fotocatalitici e dunque “mangia smog” (gli intonaci e i prodotti cementizi) oppure battericidi (i piani delle cucine), ma, per le loro caratteristiche microscopiche, essi sono anche potenzialmente pericolosi per la salute. Aumentano le indicazioni sul fatto che i nanomateriali potrebbero essere, per gli esseri umani, piu rischiosi dei corrispondenti materiali in microscala. Tuttavia, va messo in evidenza il termine ‘potrebbero’ poiche a tutt’oggi, le conoscenze  sono troppo limitate per poter generalizzare. Quando si lavora con questi materiali, e di conseguenza consigliabile procedere con un approccio precauzionale.

La rischiosità delle nanoparticelle dipende dalle loro ridotte dimensioni e dalla loro specifica forma. Le ridotta dimensione delle nanoparticelle aumenta la loro reattività chimica, più aggressiva nei confronti del normale funzionamento del corpo umano. Per esempio, molti dei nanomateriali studiati provocano effetti infiammatori più marcati, si ammassano o fissano con più efficacia su determinate parti del corpo impedendone la corretta funzionalità, ma soprattutto, a causa delle piccole dimensioni, la loro superficie è relativamente più ingrandita rispetto al volume (e alla massa) particellare, di modo che la reattività per unità di massa è di gran lunga maggiore. Ciò significa che le nanoparticelle, ad esempio, possono essere talmente piccole da comportarsi come gas, possono penetrare con più profondità  nei polmoni ed essere più facilmente assorbite nel sangue, e, diversamente da quasi tutte le altre sostanze chimiche, possono essere assorbite dai nervi nasali e “facilmente” trasportate al cervello umano, e possono raggiungere punti (cellule, organi) del corpo umano che normalmente sono ben protetti contro l’invasione delle forme di maggiori dimensioni. Anche la forma specifica delle nanoparticelle può influire sulla loro tossicità: per esempio, laddove le particelle possono essere relativamente non tossiche, i nanorod (nanobastoncini) possono invece comportarsi come aghi, e perforare i tessuti umani. A prescindere dai rischi sostanziali, tuttavia, il fattore chiave degli eventuali rischi per la salute generati da nanoprodotti o nanomateriali è la possibilità di esposizione. Quando si parla di esposizione alle nanoparticelle, per i lavoratori edili si intende in primo luogo (e quasi senza eccezione) esposizione ai nanoprodotti (prodotto in cui viene inserito un nanomateriale). Considerati i prodotti utilizzati in genere dai lavoratori edili e le attività che essi svolgono quotidianamente, gli eventuali rischi per la salute riguardano con maggiore probabilità l’esposizione per inalazione di nanomateriali che generano polveri (tramite operazioni di taglio, smerigliatura, perforazione o lavorazione a macchina) o aerosol dalla verniciatura a spruzzo.

scarica il rapporto completo

tutti in classe A

Tutti in classe A  è una campagna di Legambiente che ha un obiettivo molto preciso: mettere in luce l’importanza dell’efficienza energetica in edilizia: attraverso un’analisi termografica del patrimonio edilizio italiano e facendo il punto sul quadro normativo. In questo Rapporto si segnalano i problemi ancora aperti della normativa nazionale, la situazione nelle diverse Regioni rispetto all’applicazione della Direttiva Europea, le buone esperienze di alcuni Comuni attraverso i Regolamenti Edilizi.
I tecnici di Legambiente hanno esaminato 200 immobili in 21 città d’Italia. Il rapporto 2012 Tutti in classe A presenta dunque una radiografia aggiornata del nostro patrimonio edilizio che,  oltre a segnalare esperienze positive o evidenti criticità in case nuove “ma nate già vecchie”, analizza costi e benefici dell’efficienza energetica in edilizia, rileva i problemi ancora aperti della normativa nazionale e fa il punto sulla situazione nelle diverse Regioni rispetto all’applicazione della direttiva europea di riferimento. L’analisi termografica ha riguardato edifici costruiti nel dopoguerra e altri più recenti. Sono state verificate anche le prestazioni di quelli certificati di Classe A e di quelli ristrutturati. Sono stati analizzati 91 edifici costruiti dopo il 2000, ossia dopo che le direttive europee avevano già chiarito tutti i riferimenti in materia di risparmio energetico e isolamento per chi aveva la responsabilità di progettare e costruire. Su quasi tutti questi immobili “nuovi e già vecchi” i problemi sono evidenti – dal Villaggio Olimpico di Torino, alla Giudecca a Venezia fino alla periferia di Bari, dal complesso Porta Nuova di Pescara o al quartiere Bufalotta a Roma, ad esempio – si ravvisano problemi di elementi disperdenti, con distribuzione delle temperature superficiali estremamente eterogenee. Anche, spesso, per edifici che si promuovono come “biocase” o a basso consumo energetico. La conseguenza è che si hanno temperature più elevate del dovuto d’estate e più fredde d’inverno, con disagio e bollette più care. 
 Persino in edifici progettati da architetti di fama internazionale e costruiti negli ultimi dieci anni da Fuksas, Krier e Gregotti, presentano risultati simili a quelli di altri edifici recenti e di firme meno prestigiose, con difetti nelle superfici perimetrali ed elementi disperdenti nelle strutture portanti

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MED-ENEC Energy Efficiency in the Construction Sector in the Mediterranean

According to the IEA statistics for energy balance, the residential and commercial sectors are responsible for almost 40 % of the final energy consumption in the world. The major part of this consumption is in buildings. The absolute figure is rising fast in MED-ENEC Partner Countries. The living standard of the population is improving, which translates, inter alia, into an increase in the equipment present in households, like the more widespread use of air-conditioning units. This combination, of a steady demographic growth and a rise in the average living standard, results in an increasing energy demand and CO2 emissions in the building sector.  This study provides an overview of the current status of Energy Efficiency Building Code (EEBC) in the MED-ENEC Partner Countries (ME-PCs). The study is divided in two parts: the first part provides a general introduction on the background and reasoning of the implementation of EE Building Code – the second part provides an overview of the current status of EE building Codes in MED-ENEC Partner Countries. The study was carried out for: Algeria, Egypt, Jordan, Lebanon, Morocco, Occupied Palestinian Territories, Tunisia and Syria.

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