greenwashing

il problema delle nanopatologie (nanotoxicology – nanotossicologia)  costituisce un serio pericolo per la salute pubblica e,  purtroppo, in Italia,  molte volte sottovalutato dalla comunità scientifica: ad esempio  l’alta incidenza  di malati di cancro tra i militari esposti all’uranio impoverito non è dovuta alle radiazioni ionizzanti, quanto all’inalazione  di nanoparticelle (polveri sottili) di metalli pesanti inorganici ( mercurio (Hg), cadmio (Cd), arsenico (As), cromo (Cr), tallio (Tl), piombo (Pb),  rame (Cu) zinco (Zn)) presenti in atmosfera a seguito della fusione ad alta temperatura degli ordigni !!! http://www.ittig.cnr.it/BancheDatiGuide/vipdn/Vipd.View.php?idVipd=6356
Infatti il rischio di contrarre nanopatologie non deriva soltanto dall’esposizione all’uranio impoverito, dalle amalgame dentali a base di nanofiller di biossido di silicio, oppure dall’inalazione  delle nanopolveri emesse dagli inceneritori  ma anche dall’impiego di nanoparticelle inorganiche  in moltissimi nuovi prodotti “nanotecnologici” impiegati nell’ edilizia: e’ sempre più diffuso l’impiego delle nano-particelle a base di biossido di silicio e di titanio nel settore delle costruzioni ed infrastrutture  (pitture antibatteriche, rivestimenti fotocatalitici antismog, prodotti sequestranti il biossido di carbonio, nanoparticelle a base di minerali inorganici per manti stradali, manufatti edili nanotecnologici, etc), che vengono addirittura pubblicizzati come prodotti e sostanze ANTINQUINAMENTO AD ALTA SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE !!!!).
In realtà, dalle numerosissime ricerche scientifiche internazionali, le micro e nanopolveri di biossido di silicio, titanio e quarzo, (come le nanopolveri di metalli pesanti di cui sopra) una volta inalate e/o ingerite, essendo più piccole di un virus, si distribuiscono nell’apparato circolatorio e si depositano in organi e tessuti umani,  innescando dei processi pro-infiammatori e pre-cancerosi. (ad esempio patologie cardiovascolari ed autoimmuni dovute all’infiammazione cronica, granulomatosi pre-cancerosa, etc). 
Oltretutto se applicate sui manti stradali, queste nano-polveri di biossido di silicio e/o titanio inferiori a 0,001 micron, accoppiandosi con le nanoparticelle di metalli pesanti derivate dallo smog, formano un aerosol estremamente più nocivo del PM1 e del PM 2,5 (considerato che l’area di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle).
 
Allora perchè i Dipartimenti di Protezione Ambientale ignorano  questo rischio?
la risposta è molto semplice: 
NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE !!!
Infatti le attuali strumentazioni in uso presso i Dipartimenti di Protezione Ambientale (ARPA, APAT, etc) non sono in grado di rilevare la presenza in atmosfera delle nanoparticelle inferiori a 0,001 micron (cioè nanoparticelle più piccole di un batterio e di un virus), tutt’al più rilevano il PM1 o PM 0,5, ma mai il PM 0,001. 
  
E Perchè il Ministero della Salute ignora questo rischio?
la risposta è sempre la stessa:  
NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE !!!
basterebbe fare una semplice biopsia ai malati di cancro ed ai malati di malattie cardiovascolari, analizzare i tessuti prelevati con microscopio elettronico a scansione ambientale, associato ad uno  spettroscopio a dispersione di energia (purtroppo nel mondo sono ancora pochi i centri dotati di di questi microscopi) e che cosa troveremo in alcuni organi come reni, fegato, cuore cervello e polmoni? :  ……FRAMMENTI DI NANOPARTICELLE INORGANICHE.
autore: Bart Conterio

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

Stefano Montanari –

Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics

Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)

 www.nanodiagnostics.it

 Pur coinvolgendo non pochi campi della medicina, l’argomento è senza dubbio nuovo al di fuori di ambiti scientifici molto particolari e ancora riservati agli addetti ai lavori. Volendo offrire una definizione succinta, le nanopatologie sono le malattie provocate da micro e,  soprattutto, nanoparticelle inorganiche che in qualche modo riescono a penetrare nell’organismo, umano o animale che sia, e non ha alcuna importanza come queste entità piccolissime riescono ad entrare o come sono prodotte. È un dato di fatto che i meccanismi seguiti da una particella una volta che questa sia riuscita a penetrare nell’organismo sono gli stessi, indipendentemente dalla sua origine.

All’inizio degli anni Novanta, il Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti si trovò ad investigare sul perché un filtro cavale si fosse rotto all’interno della vena cava di un paziente . Il perché questo si fosse rotto fu un problema di facile soluzione, ma la nostra analisi, eseguita con sistemi fisici, rivelò qualcosa di molto strano, vale a dire la presenza su quell’oggetto di elementi come, ad esempio, il titanio, che non fanno parte dell’organismo di alcun animale superiore né entrano nella composizione del dispositivo. Un paio d’anni più tardi, ci si presentò un caso del tutto analogo e, ancora una volta, trovammo che elementi estranei sia ai tessuti umani sia alla lega metallica del filtro erano presenti. Poi, alla fine del 1998, la dottoressa Gatti ebbe l’occasione di esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno fosse in grado di dire da dove questi sintomi originassero. Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico, un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria usurata che il paziente portava. Ciò che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di una scorretta masticazione, e di un tentativo maldestro di aggiustamento erano stati inghiottiti per otto anni. Poi questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni dove erano restati, provocando una granulomatosi che si era aggravata tanto da condurre il paziente sull’orlo di un trattamento emodialitico cronico che pareva ormai inevitabile. Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia cortisonica, i sintomi si stabilizzarono, in parte anche regredendo, e non ci fu bisogno di ricorrere all’emodialisi. Cominciammo allora a cercare negli archivi delle Università di Modena e di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero sofferto di malattie criptogeniche, in particolare quelle delle quali fosse possibile ipotizzare un’origine o, comunque, una componente, infiammatoria. Il materiale su cui cominciammo a lavorare riguardava principalmente varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non batterica. In tutti i casi esaminati i campioni contenevano micro- e nanoparticolato inorganico.

Sulla base di quanto stavamo trovando, la dottoressa Gatti chiese ed ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea per allestire una ricerca più sistematica, e il progetto (QLRT-2002-147), che coinvolse anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (gruppo Philips) e la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”, indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da micro- e nanoparticelle.

Si acquistò, allora, un microscopio elettronico a scansione ambientale (ESEM) accessoriato con uno spettroscopio a raggi X a dispersione d’energia (EDS) e si approntò una metodica ad hoc, che ancora non ha uguali al mondo, appropriata per i nostri scopi. Il vantaggio principale di quel tipo di microscopio è la possibilità che questo offre di osservare campioni biologici vitali in condizioni ambientali, vale a dire non sotto vuoto (il che ne farebbe evaporare tutto il contenuto d’acqua, uccidendoli) e senza ricopertura di metalli o di carbone (il che introdurrebbe degl’inquinanti).

L’EDS, invece, permette di eseguire un’analisi elementare assolutamente precisa e puntuale del campione. Iniziate le ricerche, fu subito evidente che il particolato micro- e nanometrico è in grado di entrare nell’organismo e, almeno in parte, non viene affatto eliminato come, invece, era sempre stato dato per scontato pur senza alcuna base scientifica sperimentale, dato che nessuna ricerca in proposito era mai stata eseguita. Fu altrettanto evidente come la via preferenziale d’ingresso di quel materiale sia l’inalazione. A causa delle loro ridottissime dimensioni, quelle particelle, non importa come prodotte, restano sospese nell’aria per tempi lunghissimi. Da qui, vengono inspirate e finiscono negli alveoli polmonari dove, se sono abbastanza grossolane (si parla, comunque di qualche millesimo di millimetro), sono fagocitate dai macrofagi. Una volta che questi corpi estranei sono stati divorati, i macrofagi non sono però capaci di degradarli e, dunque, di distruggerli, perché quei corpi estranei non sono biodegradabili. La conseguenza è che, morto il macrofago, la particella rimane nell’organismo, a meno di quella frazione che i macrofagi sono riusciti a portare a livello delle vie respiratorie superiori per venire poi eliminate tramite l’espettorazione.

Se il particolato è di dimensioni nanometriche, e si parla da qualche decimillesimo di millimetro in giù, questo passa direttamente, entro un minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna.

Dal sangue agli organi il passo è breve, soprattutto se si pensa che le nanoparticelle entrano anche nei globuli rossi, un ottimo cavallo di Troia per superare ogni barriera.

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Nuovi rischi per la salute e sicurezza sul lavoro

(tratto dal primo Rapporto dell’Osservatorio  congiunto

Fillea Cgil -Legambiente- OTTOBRE 2012)

INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ NEL SETTORE EDILIZIO

 capitolo 2.15

L’ immissione nel mercato di un’infinita di nuovi materiali e componenti, che sta caratterizzando un mercato delle costruzioni in rapida evoluzione, rende difficile l’individuazione dei nuovi  rischi correlati per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono infatti tantissimi i nuovi materiali in commercio, alcuni sono potenzialmente dannosi per la salute, ma alla velocita con cui essi sono immessi sul mercato fa riscontro la lentezza delle ricerche sugli esiti tossicologici, e delle procedure atte a regolamentarne gli usi, cosi che spesso ci troviamo di fronte a situazioni di forte rischio, aggravate dalla mancanza di informazione e consapevolezza degli utenti e dei lavoratori.

E’ questo il pericolo che si profila all’orizzonte, soprattutto relativamente all’impiego dei nanomateriali. 

Nelle Tabelle poste in calce al Paragrafo sono sintetizzate le caratteristiche produttive di un campione rappresentativo di materiali innovativi, e sono elencati gli effetti prodotti sull’organizzazione del lavoro e sulla salute e sicurezza dei lavoratori (e degli utenti). Nuovi rischi per la salute e la sicurezza non sono generalmente ascrivibili ai materiali naturali,che sono costituiti da materia prima naturale rigenerabile, dunque hanno un impatto ambientale pressoche nullo e non presentano criticita legate alle fasi di lavorazione e all’uso. Anche i materiali riciclati possono presentare le stesse caratteristiche, a patto che sia controllata la fase di differenziazione del rifiuto, per evitare la presenza, al loro interno, di sostanze tossiche o pericolose. I materiali compositi possono presentare impatti ambientali e rischi, in relazione ai loro componenti, che vanno conosciuti caso per caso, e che non e possibile elencare nello specifico in questo studio.

I nano materiali sono quelli ambientalmente piu ambigui e potenzialmente piu pericolosi: si connotano spesso come ecosostenibili, in quanto fotocatalitici e dunque “mangia smog” (gli intonaci e i prodotti cementizi) oppure battericidi (i piani delle cucine), ma, per le loro caratteristiche microscopiche, essi sono anche potenzialmente pericolosi per la salute. Aumentano le indicazioni sul fatto che i nanomateriali potrebbero essere, per gli esseri umani, piu rischiosi dei corrispondenti materiali in microscala. Tuttavia, va messo in evidenza il termine ‘potrebbero’ poiche a tutt’oggi, le conoscenze  sono troppo limitate per poter generalizzare. Quando si lavora con questi materiali, e di conseguenza consigliabile procedere con un approccio precauzionale.

La rischiosità delle nanoparticelle dipende dalle loro ridotte dimensioni e dalla loro specifica forma. Le ridotta dimensione delle nanoparticelle aumenta la loro reattività chimica, più aggressiva nei confronti del normale funzionamento del corpo umano. Per esempio, molti dei nanomateriali studiati provocano effetti infiammatori più marcati, si ammassano o fissano con più efficacia su determinate parti del corpo impedendone la corretta funzionalità, ma soprattutto, a causa delle piccole dimensioni, la loro superficie è relativamente più ingrandita rispetto al volume (e alla massa) particellare, di modo che la reattività per unità di massa è di gran lunga maggiore. Ciò significa che le nanoparticelle, ad esempio, possono essere talmente piccole da comportarsi come gas, possono penetrare con più profondità  nei polmoni ed essere più facilmente assorbite nel sangue, e, diversamente da quasi tutte le altre sostanze chimiche, possono essere assorbite dai nervi nasali e “facilmente” trasportate al cervello umano, e possono raggiungere punti (cellule, organi) del corpo umano che normalmente sono ben protetti contro l’invasione delle forme di maggiori dimensioni. Anche la forma specifica delle nanoparticelle può influire sulla loro tossicità: per esempio, laddove le particelle possono essere relativamente non tossiche, i nanorod (nanobastoncini) possono invece comportarsi come aghi, e perforare i tessuti umani. A prescindere dai rischi sostanziali, tuttavia, il fattore chiave degli eventuali rischi per la salute generati da nanoprodotti o nanomateriali è la possibilità di esposizione. Quando si parla di esposizione alle nanoparticelle, per i lavoratori edili si intende in primo luogo (e quasi senza eccezione) esposizione ai nanoprodotti (prodotto in cui viene inserito un nanomateriale). Considerati i prodotti utilizzati in genere dai lavoratori edili e le attività che essi svolgono quotidianamente, gli eventuali rischi per la salute riguardano con maggiore probabilità l’esposizione per inalazione di nanomateriali che generano polveri (tramite operazioni di taglio, smerigliatura, perforazione o lavorazione a macchina) o aerosol dalla verniciatura a spruzzo.

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tutti in classe A

Tutti in classe A  è una campagna di Legambiente che ha un obiettivo molto preciso: mettere in luce l’importanza dell’efficienza energetica in edilizia: attraverso un’analisi termografica del patrimonio edilizio italiano e facendo il punto sul quadro normativo. In questo Rapporto si segnalano i problemi ancora aperti della normativa nazionale, la situazione nelle diverse Regioni rispetto all’applicazione della Direttiva Europea, le buone esperienze di alcuni Comuni attraverso i Regolamenti Edilizi.
I tecnici di Legambiente hanno esaminato 200 immobili in 21 città d’Italia. Il rapporto 2012 Tutti in classe A presenta dunque una radiografia aggiornata del nostro patrimonio edilizio che,  oltre a segnalare esperienze positive o evidenti criticità in case nuove “ma nate già vecchie”, analizza costi e benefici dell’efficienza energetica in edilizia, rileva i problemi ancora aperti della normativa nazionale e fa il punto sulla situazione nelle diverse Regioni rispetto all’applicazione della direttiva europea di riferimento. L’analisi termografica ha riguardato edifici costruiti nel dopoguerra e altri più recenti. Sono state verificate anche le prestazioni di quelli certificati di Classe A e di quelli ristrutturati. Sono stati analizzati 91 edifici costruiti dopo il 2000, ossia dopo che le direttive europee avevano già chiarito tutti i riferimenti in materia di risparmio energetico e isolamento per chi aveva la responsabilità di progettare e costruire. Su quasi tutti questi immobili “nuovi e già vecchi” i problemi sono evidenti – dal Villaggio Olimpico di Torino, alla Giudecca a Venezia fino alla periferia di Bari, dal complesso Porta Nuova di Pescara o al quartiere Bufalotta a Roma, ad esempio – si ravvisano problemi di elementi disperdenti, con distribuzione delle temperature superficiali estremamente eterogenee. Anche, spesso, per edifici che si promuovono come “biocase” o a basso consumo energetico. La conseguenza è che si hanno temperature più elevate del dovuto d’estate e più fredde d’inverno, con disagio e bollette più care. 
 Persino in edifici progettati da architetti di fama internazionale e costruiti negli ultimi dieci anni da Fuksas, Krier e Gregotti, presentano risultati simili a quelli di altri edifici recenti e di firme meno prestigiose, con difetti nelle superfici perimetrali ed elementi disperdenti nelle strutture portanti

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MED-ENEC Energy Efficiency in the Construction Sector in the Mediterranean

According to the IEA statistics for energy balance, the residential and commercial sectors are responsible for almost 40 % of the final energy consumption in the world. The major part of this consumption is in buildings. The absolute figure is rising fast in MED-ENEC Partner Countries. The living standard of the population is improving, which translates, inter alia, into an increase in the equipment present in households, like the more widespread use of air-conditioning units. This combination, of a steady demographic growth and a rise in the average living standard, results in an increasing energy demand and CO2 emissions in the building sector.  This study provides an overview of the current status of Energy Efficiency Building Code (EEBC) in the MED-ENEC Partner Countries (ME-PCs). The study is divided in two parts: the first part provides a general introduction on the background and reasoning of the implementation of EE Building Code – the second part provides an overview of the current status of EE building Codes in MED-ENEC Partner Countries. The study was carried out for: Algeria, Egypt, Jordan, Lebanon, Morocco, Occupied Palestinian Territories, Tunisia and Syria.

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Principles for nearly Zero-Energy Buildings

The European Union aims at drastic reductions in domestic greenhouse gas (GHG) emissions of 80% by 2050 compared to 1990 levels. The building stock is responsible for a major share of GHG emissions and should achieve even higher reductions.

The recast of the Energy Performance of Buildings Directive (EPBD) introduced, in Article 9, “nearly Zero-Energy Buildings” (nZEB) as a future requirement to be implemented from 2019 onwards for public buildings and from 2021 onwards for all new buildings. The EPBD defines a nearly zero energy building as follows: [A nearly zero energy building is a] “building that has a very high energy performance… [ ]. The nearly zero or very low amount of energy required should to a very significant extent be covered by energy from renewable sources, including renewable energy produced on-site or nearby.”

To support the EPBD implementation the Building Performance Institute Europe (BPIE) launched a study in cooperation with Ecofys and the Danish Building Research Institute (SBI) on principles for nearly Zero-Energy Buildings.

Acknowledging the variety in building culture and climate throughout the EU, the EPBD does not prescribe a uniform approach for implementing nearly Zero-Energy Buildings and neither does it describe a calculation methodology for the energy balance. To add flexibility, it requires Member States to draw up specifically designed national plans for increasing the number of nearly Zero-Energy Buildings reflecting national, regional or local conditions. The national plans will have to translate the concept of nearly Zero-Energy Buildings into practical and applicable measures and definitions to steadily increase the number of nearly Zero-Energy Buildings.

The overarching objective of this study is to contribute to a common and cross-national understanding on:

  • an ambitious, clear definition and fast uptake of nearly Zero-Energy Buildings in all EU Member States;
  • principles of sustainable, realistic nearly Zero-Energy Buildings, both new and existing;
  • possible technical solutions and their implications for national building markets, buildings and market players

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SUPPLY AND EXHAUST VENTILATION SYSTEM COMPARISON

SUPPLY AND EXHAUST VENTILATION SYSTEM WITH HEAT RECOVERY IN COMPARISON TO A DEMAND-BASED (MOISTURE-CONTROLLED) EXHAUST VENTILATION SYSTEM

M. Krus, D. Rösler, A. Holm

Fraunhofer-Institut for Building Physics, 83626 Valley, Germany

As a countermeasure to global warming, the energy demand of buildings is to be reduced by specific measures, for example thermal insulation or intelligent ventilation systems. A demand-based (moisture-controlled) exhaust ventilation system is assessed in comparison to a supply and exhaust ventilation system with heat recovery by means of computational investigations. This assessment of different ventilation systems is performed by means of the newly developed hygrothermal indoor climate simulation model WUFI®-Plus. By implementing the individual ventilation systems the energy demand, especially the primary energy consumption on the basis of applying various fuels, as well as the effects on the indoor climate and the C02 content of the indoor air are calculated and compared. Moreover, air change rates are investigated resulting from the use of a demand-based exhaust ventilation system. The calculations are based on a model apartment with a ground floor of 75 m2 and an assumed 3-person household. These investigations comprise 3 different climates in Germany (cold, medium and hot climate).

Despite the high heat recovery coefficient of the supply and exhaust ventilation system an only slightly higher energy use occurred for the demand-based exhaust ventilation system. If regenerative energy sources such as wood are used, primary energy consumption of the demand-based exhaust ventilation system is even lower in comparison to the supply and exhaust ventilation system with heat recovery. With demand-based exhaust ventilation system, the C02 concentration of the indoor air remains permanently below 1200 ppm.

 

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