greenwashing

Il problema delle nanopatologie conosciuto anche come nanotossicologie, nanotoxicology, nanopathology ( vedi: http://www.stefanomontanari.net/wp-content/uploads/2008/09/images_pdf_nanopatologie.pdf),  può costituire un serio pericolo per la salute pubblica, molto spesso sottovalutato a causa delle forti pressioni da parte delle lobbies multinazionali produttrici di nanotecnologie: è un giro d’affari stimato  in ben 3000 miliardi di dollari  ed  è ormai noto, che quando subentrano  degli interessi commerciali talmente elevati, l’industria riesce a controllare e indirizzare la “ricerca” attraverso lo strumento dei finanziamenti e delle donazioni che elargisce agli stessi centri di ricerca, enti pubblici ed università; di conseguenza, molti degli studi scientifici condotti sulla tossicità dei nanomateriali non vengono diffusi all’opinione pubblica a causa del “conflitto d’interesse” di alcuni scienziati, chimici, biologi, medici e ricercatori universitari esperti in nanoscienze, in quanto coinvolti direttamente nello sviluppo di brevetti e nello studio di nuovi prodotti nanotecnologici.

Dalle numerose ricerche scientifiche internazionali che ho raccolto negli anni, (vedi: studi scientifici internazionali relativi alle nanopatologie), le micro e nanopolveri di biossido di titanio, silicio, quarzo, zinco, etc (come le nanopolveri di metalli pesanti) una volta inalate e/o ingerite, essendo molto spesso  più piccole di un globulo rosso, di un batterio ed anche di un virus, si distribuiscono, in meno di un minuto, nell’apparato circolatorio e si depositano nei tessuti e negli organi umani, come reni, cuore, polmoni e cervello; tali nanoparticelle essendo inorganiche e, per lo più, ad alta massa atomica e ad elevata densità, vengono subito bloccate dal nostro sistema immunitario in quanto riconosciute come “corpi estranei” innescando,  in questo modo, dei processi pro-infiammatori e pre-cancerosi, (ad esempio patologie cardiovascolari ed autoimmuni dovute all’infiammazione cronica, granulomatosi pre-cancerosa, etc). Se fossero sostanze organiche (batteri o virus), verrebbero scisse in componenti più semplici e “digerite”, invece l’estraneo in oggetto è inorganico, “non biodegradabile” allora quella nanoparticella estranea non può essere eliminata. Il nostro organismo cerca di degradarla, ma purtroppo  non ci riesce, allora la isola avvolgendola in un tessuto: forma una sorta di capsula chiamata  granuloma, che però è un tessuto infiammatorio che dura per sempre, si cronicizza e, quando  un’infiammazione diventa  cronica, crea le condizioni favorevoli per l’instaurarsi di una  patologia tumorale. L’analisi di diversi tessuti tumorali attraverso la microscopia SEM,  ha rilevato la presenza di nanoparticelle. Ad esempio  l’alta incidenza  di malati di cancro (prevalentemente linfomi non hodgkin) tra i militari esposti all’uranio impoverito non è dovuta alle radiazioni ionizzanti, quanto all’inalazione  di nanoparticelle (polveri sottili) di metalli pesanti inorganici (mercurio (Hg), cadmio (Cd), arsenico (As), cromo (Cr), tallio (Tl), piombo (Pb),  rame (Cu) zinco (Zn)) presenti in atmosfera a seguito della fusione ad alta temperatura degli ordigni. (vedi: Senato della Repubblica – COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA )

Inoltre sono numerosissimi gli studi scientifici che hanno evidenziato che l’inalazione di nanoparticelle inorganiche causa modifiche al DNA e lo sviluppo di malattie neuro-degenerative (Demenze, malattia di Alzheimer, morbo del Parkinson, SLA) .

Dal 2006 lo IARC, ovvero  l’AGENZIA INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (vedi: International Agency for Research on Cancer), ha inserito il biossido di titanio in “CLASSE 2B” ovvero “cancerogeno possibile per l’uomo indipendentemente da forma e dimensioni delle particelle” ritenendo che le evidenze scientifiche sperimentali sono sufficienti, anche in assenza di chiari dati epidemiologici in quanto difficili e complessi da realizzare.

( vedi: https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf )

( vedi: http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol93/mono93-7.pdf)

Anche l’istituto americano NIOSH, (National Institute for Occupational Safety and Health), ha classificato il biossido di titanio nanometrico  come “cancerogeno occupazionale”, raccomandando il limite di esposizione occupazionale a 0,3 mg/mc.

Infine l‘ Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail francese, ha già ufficialmente avviato, nell’ambito dei regolamenti dell’Unione europea,   la procedura di  classificazione ed etichettatura relativa al processo di armonizzazione per il diossido di titanio come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i. Tale procedura vieterà l’uso, in Francia,  del biossido di titanio come additivo alimentare (E171)  a partire dal gennaio 2020.  (Per ulteriori informazioni vedi: ANSES’s proposal for titanium dioxide to be classified as carcinogenic: https://www.anses.fr/fr/system/files/ERCA2019SA0036EN.pdf ).

anche SAFE, Safe Food Advocacy Europe, un’organizzazione no-profit con sede a Bruxelles, si impegna nel proteggere i consumatori di tutta Europa e promuove una petizione per sollecitare gli esperti della CE e degli Stati membri a sostenere il divieto che la Francia ha messo in atto nell’uso del biossido di titanio.

Quindi, il rischio di contrarre nanopatologie non deriva soltanto dall’esposizione all’uranio impoverito o dall’inalazione  delle polveri sottili emesse dagli inceneritori o delle micropolveri aerodisperse dopo l’attentato alle torri gemelle di New York,   ma anche dall’impiego di nanoparticelle inorganiche  in moltissimi nuovi prodotti “nanotecnologici” impiegati nell’ edilizia: e’ sempre più diffuso l’impiego delle nano-particelle a base di biossido di titanio e/o  silicio nel settore delle costruzioni ed infrastrutture  (pitture antibatteriche, rivestimenti fotocatalitici, asfalti stradali antismog, prodotti sequestranti il biossido di carbonio, manufatti edili nanotecnologici, etc)Ad esempio, queste nano-polveri o nanoparticelle  di biossido di titanio e/o silicio, molto spesso del diametro inferiore ad 1 micron, se applicate sui manti stradali e vernici fotocatalitiche,  accoppiandosi con le nanoparticelle di metalli pesanti derivate dallo smog ed essendo soggette nel tempo  a fenomeni di degradazione (si stima solo dopo 4-7 mesi dall’applicazione), potrebbero reagire con i radicali liberi e con altre sostanze inquinanti, dando origine ad un particolato e, ad un aerosol, estremamente instabile, chimicamente più reattivo e con un accentuata attività biologica, sicuramente più nocivo del PM10 e del PM 2,5, considerato che l’area di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle. (vedi: la ricerca della Commissione Europea-Scienze per le politiche ambientali dal titolo “rivestimenti fotocatalitici di edifici rilasciano particelle potenzialmente tossiche nell’aria”  ( vedi: http://ec.europa.eu/nanocoating potentially toxic particles.pdf )

Purtroppo, come afferma la Commissione Europea nel documento di lavoro riguardante lo studio dei nanomateriali, “poca o nessuna informazione è attualmente disponibile nelle Schede di Sicurezza (SDA)” di materiali contenenti nanoparticelle di biossido di titanio e soggetti, nel tempo, a fenomeni di abrasione e liscivazione (come possono essere gli asfalti stradali antismog ed i rivestimenti esterni fotocatalitici.  ( vedi : http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52012SC0288&from=EN)

Addirittura, tali prodotti vengono  pubblicizzati come materiali “sostenibili” e “green”, confondendo il concetto di “ecocompatibilità” con quello di “biocompatibilità” (ad esempio l’amianto, sotto certi aspetti, potrebbe avere anche delle caratteristiche “ecocompatibili”, ma sicuramente non è da considerare un materiale “biologico” compatibile con la salute umana). Per tali ragioni, prima di immettere sul mercato nuovi materiali, bisogna sempre tenere in attenta considerazione “il principio di precauzione”  anche per non ripetere gli stessi errori, fatti nel secolo scorso, con i manufatti contenenti fibre di amianto.  

 Allora perchè alcuni  Dipartimenti di Protezione Ambientale ignorano  questo rischio?

la risposta è molto semplice: NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE: infatti le attuali strumentazioni in uso presso alcuni Dipartimenti di Protezione Ambientale (ARPA, APAT, etc) essendo purtroppo obsoleti, non sono in grado di rilevare la presenza in atmosfera delle nanoparticelle inferiori a 0,1 micron , tutt’al più rilevano il PM1 o PM 0,5, ma mai nanoparticelle, a volte più piccole di un virus …… basterebbe, semplicemente,  tenere in attenta considerazione il principio fisico fondamentale sulla conservazione della massa (Legge di Lavoisier): “…NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE, TUTTO SI TRASFORMA”

 autore: Bart Conterio

ecobonus 110% e cessione del credito: cos’è e come funziona.

 

 

Dopo tanti anni e numerose leggi riguardanti la cessione del credito pare, che questo Governo, mediante l’iniziativa  del Ministro Patuanelli e del sottosegretario Fraccaro, sia riuscito a studiare un meccanismo virtuoso di cessione del credito alle Banche o istituti assicurativi e finanziari, in cui anche le piccole e medie imprese, con scarsa liquidità finanziaria, verranno messe nelle condizioni di appaltare i lavori. In pratica, attraverso il 100+10%, la cessione del credito rappresenterà uno strumento conveniente sia per le imprese, che per le Banche e soprattutto per il cliente che potrà effettuare gli interventi di efficientamento energetico a costo “zero”.

Tuttavia vi è un aspetto negativo. Considerato che tutti gli interventi dovranno  essere terminati entro dicembre 2021, potrà accadere  che la domanda di riqualificazione energetica degli edifici superi l’offerta: in tal caso alcune  imprese potrebbero “improvvisarsi” nel realizzare gli interventi di riqualificazione ed efficientamento energetico, con il risultato che alcuni lavori non vengano effettuati a perfetta regola d’arte.  Ad esempio, sulla base dalla mia esperienza professionale, eseguire un cappotto termico “a perfetta regola d’arte” è un operazione assai complessa e le aziende specializzate in Italia in questo specifico settore, soprattutto qui, nel meridione, sono ancora poche.

(distacco di un cappotto termico in Sicilia, a seguito del forte vento di scirocco)

Quindi il mio consiglio è quello di affidarsi ad imprese altamente qualificate (ad esempio che abbiano frequentato specifici corsi di formazione ed aggiornamento professionale sulla base del protocollo denominato ETAG 004) e comunque con diversi anni di esperienza sul campo, magari andando di persona a verificare gli interventi già realizzati dall’impresa che dovrebbe appaltare i lavori, in modo da ottenere maggiori garanzie sull’intervento.

In attesa di una Circolare dell’Agenzia delle Entrate e dei due Decreti del Ministero dello Sviluppo economico che chiariscano i tanti aspetti del provvedimento che regolamenta le attività di riqualificazione energetica che daranno diritto all’ ecobonus 110% è possibile dare alcune risposte a tanti quesiti ed osservazioni tecniche.

Art. 119 Incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici

1-Ecobonus 110%: che cosa è

Detto anche Super bonus 110%, è un provvedimento che vuole imprimere una fortissima accelerazione all’attività di riqualificazione edilizia in brevissimo tempo indirizzandola verso la cosiddetta transizione energetica. In parallelo è previsto il sisma bonus 110% finalizzato alla riduzione del rischio sismico degli edifici di buona parte d’Italia.

2-Dove trovo il provvedimento?

E’ contenuto nel Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 128 del 19 maggio, che è entrato subito in vigore. Il provvedimento contiene misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociale connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19. Andrà convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni. In fase di dibattito parlamentare potrebbe essere modificato.

3-Quali sono gli obiettivi dell’ Ecobonus 110 %?

Creare occupazione e riqualificare dal punto di vista energetico il patrimonio immobiliare, in particolare i condomini e le case unifamiliari di proprietà. Sono milioni di edifici che in genere rappresentano dei veri e propri buchi energetici. Se l’operazione avrà successo, si otterranno edifici energeticamente più efficienti, risparmiosi, meno inquinanti e più confortevoli. Un effetto non secondario dell’operazione è l’incremento di valore dell’immobile.

4-Quali sono gli strumento di lancio dell’ecobonus 110 %

Sono gli articoli 119 e 121 contenuti nel Decreto-Legge Rilancio:

– Art. 119 Incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici.

-Art. 121 Trasformazione delle detrazioni fiscali in sconto sul corrispettivo dovuto e in credito d’imposta cedibile.

Per la messa in pratica dell’operazione occorrono alcuni documenti attuativi. Si tratta di una Circolare dell’Agenzia delle Entrate e di due Decreti del Ministero dello Sviluppo economico.

5-Che cosa prevede l’articolo 119?

Contempla l’innalzamento delle agevolazioni per alcuni interventi già previsti  dell’ecobonus e del sismabonus fino al 110% delle spese documentate e sostenute (finora erano al massimo rispettivamente 75%e 85%) con possibilità per le persone fisiche di detrarre tale 110% dalle proprie tasse in 5 anni di tempo invece che in 10 anni.

6-Che cosa dice l’articolo 121?

Esso prevede la trasformazione delle detrazioni fiscali del 110% delle spese documentate e sostenute in sconto in fattura e in credito di imposta cedibile senza limiti “ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari”.

7-In quale periodo di tempo vanno eseguiti i lavori per poter accedere all’ ecobonus 110 %

Dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021

8-Chi sono i beneficiari dell’ecobonus 110 %

Sono:

-persone fisiche (al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni)

-Istituti autonomi case popolari (IACP) e simili;

-cooperative di abitazione a proprietà indivisa, per interventi realizzati su immobili dalle stesse posseduti e assegnati in godimento ai propri soci.

9-A quali edifici si applica?

Prime e seconde case in condominio

Prime case unifamiliari

(sulla base delle risorse finanziari disponibili c’è stato l’impegno da parte del Ministro Patuanelli e del sottosegretario Fraccaro di discutere, in Parlamento, la possibilità di estendere l’ecobonus 110% anche alle seconde case unifamiliari)

10-A quali edifici non si applica?

Sono esclusi dall’ecobonus

-gli immobili strumentali

-gli immobili di onlus

-edifici unifamiliari diversi dall’abitazione principale

11-Quali interventi complessivi sono necessari per ottenere l’ecobonus 110 %?

Sono di tre tipi:

-in condomini e case unifamiliari: cappotto termico.

-in condominio: impianti centralizzati di riscaldamento e raffrescamento e acqua calda sanitaria con caldaie a condensazione, caldaie a pompa di calore con impianto fotovoltaico o di microcogenerazione

-in case unifamiliari: caldaie a pompa di calore con impianto fotovoltaico o di microcogenerazione.

Per poter fruire del super bonus del 110% sulle installazioni di impianti solari fotovoltaici e sistemi di accumulo, è necessario eseguire congiuntamente uno degli interventi che beneficiano del super bonus o quelli per il sisma-bonus.

12-Quali prestazioni energetiche deve raggiungere l’intervento?

Requisito indispensabile è che l’edificio faccia un salto di due classi energetiche testimoniato dall’Attestazione di Prestazione Energetica rilasciata da un tecnico abilitato “nella forma di dichiarazione asseverata”. Copia dell’asseverazione verrà inviata ad Enea per via telematica. Il Ministero dello Sviluppo economico dovrà emanare un Decreto per fissare la forma dell’asseverazione, entro 30 giorni dalla data di conversione in legge del Decreto Legge n. 34.

Art. 119 Incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici

13-Qual è il ruolo del tecnico-progettista nei lavori riguardanti l’ecobonus 110 %?

Avrà un ruolo fondamentale. Egli è il tecnico che deve analizzare la situazione dell’edificio precedente all’intervento, suggerire gli interventi più opportuni, il rispetto dei requisiti tecnico normativi di legge del progetto e dell’intervento e la situazione post intervento e redigere la “dichiarazione asseverata”. In essa dovrà asseverare la congruità delle spese sostenute. A tal fine si attende anche un decreto ad hoc del Ministero dello Sviluppo economico.

14-Quali altre condizioni sono necessarie per l’ecobonus 110 %?

Se il contribuente esercita l’opzione di cessione del credito o di sconto sul corrispettivo prevista dall’art. 121, egli deve ottenere il visto di conformità da parte di un dottore commercialista o di un CAF che attesta la sussistenza dei requisiti che danno diritto alla detrazione di imposta. Lo prevede l’art. 119, comma 11.

15-Quali sono i massimali di spesa ammissibili per gli interventi complessivi?

Cappotto in condominio e in casa unifamiliare: 60 mila € per unità immobiliare

Impianto in condominio e in casa unifamiliare: 30 mila € per unità immobiliare

16-Quali sono gli interventi ‘secondari’, se inseriti all’interno dell’intervento complessivo” possono essere agevolati con la detrazione dell’ecobonus 110 %?

L’acquisto e posa in opera di finestre comprensive di infissi e di schermature solari sono compresi se l’intervento è eseguito congiuntamente a quello complessivo che consente l’ottenimento dell’ecobonus.

I serramenti possono contribuire al raggiungimento del salto di due classi energetiche che dà diritto all’ecobonus 110%.

17-Qual è la spesa massima ammissibile per infissi e schermature?

Il limite massimo di detrazione per gli infissi e le schermature è di 60.000 euro per ciascun intervento.

18-Quale è la ripartizione nel tempo della spesa degli infissi e delle schermature inseriti nell’intervento complessivo?

Sia nel caso di utilizzo diretto della detrazione che nel caso di cessione del credito di imposta, il periodo di detrazione è di 10 anni. Su quest’ultimo punto vi sono dubbi interpretativi che dovrebbero venir chiariti dall’Agenzia delle Entrate entro il 20 giugno 2020.

19-Quali sono i requisiti per i materiali da rispettare per l’ecobonus 110 %?

Non è previsto nulla di specifico salvo per i materiali isolanti per il cappotto termico che devono rispettare i CAM-Criteri ambientali minimi.

20-Premesso che i serramenti sono proprietà privata, nell’ambito di un intervento complessivo che dà diritto all’ecobonus 110 % potrà il proprietario del singolo appartamento sostituire in maniera autonoma i propri infissi e accedere all’ecobonus 110 %?

Può essere, purché l’intervento sia eseguito congiuntamente all’intervento complessivo che dà diritto all’ecobonus 110%. Tuttavia per questo ed altri dettagli interpretativi, è il caso di attendere i provvedimenti attuativi dell’Agenzia delle Entrat.

21-Quali dovranno essere i valori di trasmittanza termica che gli infissi dovranno rispettare in questo caso?

I valori dovranno essere quelli attualmente previsti per l’ottenimento dell’ecobonus. Tuttavia il decreto richiama l’emanazione di apposito provvedimento, per altro già atteso da tempo, in cui potrebbero esserci delle novità in merito.

22-Nel caso di un’unità immobiliare, è possibile ottenere il salto di due classi energetiche installando un adeguato impianto per il riscaldamento, il raffrescamento e la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore e nuovi serramenti ad alta efficienza energetica?

Solo il tecnico-progettista che analizza l’edificio dal vivo può fornire una risposta corretta sull’ammissibilità e l’efficacia dell’intervento. Vi saranno casi in cui l’evidenza sarà immediata, sia in senso positivo che negativo. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi e viste le notevoli cifre in gioco, varrà la pena di commissionare un apposito studio in dettaglio, con tanto di assunzione di responsabilità.

 

Ecobonus 110 %. Sconto in Fattura e Cessione del Credito

Cessione del credito e sconto in fattura sono meccanismi previsti art. 121 del Decreto Rilancio intitolato “Trasformazione delle detrazioni fiscali in sconto sul corrispettivo dovuto e in credito d’imposta cedibile.”

23-Che cosa è la cessione del credito?

La cessione del credito prevista dall’art.121 consiste nella possibilità, per il cliente che ha sostenuto le spese, di attualizzare immediatamente il valore dell’incentivo cui avrebbe diritto, cedendolo a un soggetto terzo. La novità del decreto in questione è quella di consentire che tale soggetto terzo sia una banca o una società finanziaria, e cioè che detto diritto possa essere monetizzato. Al contrario, le normative in essere escludevano banche e finanziarie dalla possibilità di acquisire il credito, che doveva necessariamente rimanere nell’ambito della catena di fornitura.

24-Che cosa è lo sconto in fattura?

Lo sconto immediato in fattura è a tutti gli effetti una ‘cessione del credito’ immediatamente concessa dal fornitore al momento stesso dalla fornitura; la detrazione fiscale connessa all’intervento e destinata a chi sostiene la spesa, viene ceduta al fornitore il quale, in cambio, decurta la sua fattura applicando uno sconto ‘fino a un importo massimo pari al corrispettivo dovuto’

25-Che cosa prevede l’art. 121 del Decreto Rilancio

L’art.121, per come è stato approvato, promuove entrambe i meccanismi; in più, consente una illimitata circolazione del credito, cosa precedentemente limitata a soli due passaggi.

26-Quali interventi sono coperti da sconto in fattura e cessione del credito previsti dall’art.121?

Lo sconto in fattura e la cessione del credito sono applicabili a tutti gli interventi che fanno capo al cosiddetto Bonus Casa, all’Ecobonus (sia nella forma tradizionale sia nella nuova introdotta dall’articolo 119), al SismaBonus, al Bonus facciate introdotto dalla scorsa legge di bilancio, all’installazione di pannelli fotovoltaici (che godano di incentivazione ai sensi dei commi 5 e 6 dell’art.119), all’installazione delle colonnine di ricarica per le auto elettriche.

27-Quali sono gli interventi nel dettaglio?

Ecco gli interventi agevolati e coperti da cessione del credito e sconto in fattura:

– Recupero del patrimonio edilizio

– Efficienza energetica

– Adozione di misure antisismiche

– Recupero o restauro della facciata degli edifici esistenti

– Installazione di impianti fotovoltaici

– Installazione di colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici

28-In quale periodo temporale devono essere stati effettuati tali interventi?

La possibilità si riferisce alle spese sostenute negli anni 2020 e 2021.

29-Esiste un limite massimale in euro per ogni intervento coperto da sconto in fattura e cessione del credito previsti dall’art.121?

No, i limiti riguardano la scansione temporale delle rate, che segue quella cui aveva diritto il cliente che per primo ha maturato il diritto alla detrazione.

30-L’impresa cosa può  compensare nel suo F24 se decidesse di coprire autonomamente le richieste dei clienti?

I tributi che rientrano negli F24 ordinari e accise sono utilizzabili per la compensazione. Quindi: IVA, IRES, IRAP, IMU, TARI, Contributi INPS e INAIL, IRPEF dipendenti e assimilati, Ritenute e Accise. Esiste un limite massimo cumulativo da rispettare che è stato portato a 1 milione di euro dall’art. 147 del DL Rilancio Incremento del limite annuo dei crediti compensabili tramite modello F24.

31-Quando l’impresa è autorizzata a compensare?

Sulla disponibilità effettiva del credito, il Decreto non si pronuncia; nel caso del precedente (L.205/2018) il credito maturava a marzo dell’anno successivo l’intervento. Nel caso dell’art.10 del DL Crescita del 2019 (cosiddetto Sconto immediato) il credito era immediatamente utilizzabile.

32-L’impresa deve far sottoscrivere al cliente un contratto con il quale egli/ella gli cede il credito di imposta da ecobonus?

Più che un ‘contratto’,  il cliente dovrebbe esibire la ricevuta dell’avvenuta cessione che viene stampata dal portale dell’Agenzia. Quindi sarà il cliente a doversi munire del proprio PIN ed effettuare la comunicazione dell’avvenuta cessione.

33-Se in un certo anno non è possibile compensare, che cosa succede ai crediti di imposta di quell’anno?

Nella versione definitiva che è stata approvata, una rata che non è stato possibile utilizzare in compensazione viene persa.

34-E’ necessario cedere tutto il credito di un’operazione o è possibile cederne solo una parte e l’altra parte tenerla?

Per analogia con i meccanismi attualmente in essere, il credito può essere ceduto in tutto o in parte. Tuttavia, sarà meglio aspettare eventuali pronunciamenti dell’Agenzia.

35-Se l’impresa decidesse  di applicare lo sconto in fattura, può decidere la percentuale da applicare? C’è una massimale da rispettare?

Il capoverso a) del comma 1 parla di ‘un contributo sotto forma di sconto’, non fissando un obbligo sulla ‘quantificazione’ di detto sconto, solo specificando che non potrà superare il valore del corrispettivo. Sicuramente questo punto verrà meglio chiarito in futuri provvedimenti dell’Agenzia.

36-Se il cliente ha dichiarato cose non veritiere all’Enea, l’impresa cosa rischia?

Il principio generale è che la responsabilità della singola cessione sia sempre in capo al cedente e non al cessionario. Quindi l’azienda non rischia se il cliente dichiara il falso. Essa rischia quando dovesse a sua volta cedere il credito in modo scorretto. Al comma 7 viene però richiamata una ‘responsabilità in solido del fornitore’ nel caso in cui sia accertato un concorso nella violazione. Va sottolineato che l’articolo 119 che regola il Superbonus chiede esplicitamente che il professionista incaricato sia responsabile ANCHE degli aspetti economici della transazione, per evitare abusi. Tuttavia, questa clausola vale solo per il Superbonus e non per tutte le altre detrazioni che potrebbero essere oggetto di cessione.

SARS-CoV2: un vaccino chiamato sostenibilità dell’abitare, del lavoro e della mobilità.

E’ ormai noto che l’esposizione all’inquinamento atmosferico indoor e outdoor, ed in particolare al materiale particellare PM (PM10, PM2,5), agli ossidi di azoto (NO e NO2), nonché all’ozono (O3), può determinare un insieme di effetti sanitari avversi: più è alta e costante nel tempo l’esposizione alle polveri sottili, più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia predisposto ad una malattia più grave.

In piena pandemia stanno emergendo, sempre di più, numerose evidenze scientifiche in merito alla possibilità di un’associazione diretta della diffusione dell’infezione da SARS-CoV2 con le aree a elevato livello di inquinamento atmosferico: in Italia, l’ipotesi di un’associazione è stata avanzata in virtù del fatto che aree come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dove il virus ha presentato la maggiore diffusione, si registrano generalmente le maggiori concentrazioni degli inquinanti atmosferici misurati e controllati secondo quanto indicato e prescritto dalla legislazione di settore (DLgs 155/2010).

 

 

Per esempio, l’analisi dei decessi su di un ampio campione di casi effettuato dall’ISS, ha mostrato come la mortalità per COVID-19, sia stata elevata in soggetti che già presentavano una o più patologie (malattie respiratorie, cardiocircolatorie, obesità, diabete, malattie renali, ecc), sulle quali la qualità ambientale indoor e outdoor e gli stili di vita, in ambiente urbano, possono aver giocato un ruolo.

Anche in altre aree del mondo come a Wuhan e ad Harbin in Cina, si è visto che la letalità del coronavirus è stata favorita dall’inquinamento atmosferico ed il conseguente lockdown, che ha portato ad una drastica riduzione dei livelli delle polveri sottili, è stata l’arma vincente per controllare la diffusione dell’epidemia.

 

(nella foto Milano prima e dopo il lockdown)

Questa settimana è stato aggiunto un altro importante tassello nel complesso puzzle che ricostruisce la relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di COVID-19 (malattia del Coronavirus causata dalla SARS-CoV-2). A metterla in evidenza, è uno studio intitolato “Comprendere l’ eterogeneità degli esiti avversi del Covid 19: il ruolo della scarsa qualità dell’ aria e le decisioni del lockdown”, condotto da Leonardo Becchetti, docente dell’Università di Roma Tor Vergata, Gianluigi Conzo, anche lui di Tor Vergata, Pierluigi Conzo dell’Università di Torino e Francesco Salustri, del Centro di ricerca sull’economia della salute dell’Università di Oxford.

Si tratta dello studio italiano più completo mai realizzato sulla relazione tra inquinamento e COVID-19 in cui sono stati analizzati i dati di tutti i comuni e di tutte le province, sia in termini di decessi che di contagi giornalieri. Nello studio le variabili significative sulle cause di contagio e i decessi per Covid-19, sono rappresentate dal combinato disposto di tre fattori: le misure di lockdown, il livello dell’inquinamento locale – soprattutto polveri sottili ma anche biossido di azoto – e le tipologie delle strutture produttive locali, in particolare le attività non digitalizzabili, che quindi nel periodo più acuto della crisi epidemica hanno avuto maggiori resistenze a chiudere.

Le stime indicano che la differenza tra province più esposte a polveri sottili (in Lombardia) e meno esposte (in Sardegna) è di circa 1.200 casi e 600 morti in un mese, un dato che implicherebbe il raddoppio della mortalità e dove il livello delle polveri sottili è più elevato (Lombardia, nella Pianura padana dell’ Emilia-Romagna e anche nella zona di Pesaro-Urbino), sono anche le zone di maggior contagio. A risultati simili è pervenuto un gruppo di ricerca di Harvard che ha studiato il fenomeno nelle contee degli Stati Uniti ed è noto che nelle aree rurali di molti paesi europei, dove il i livelli di poveri sottili (PM 10 e PM 2,5) sono estremamente bassi, si contano pochissimi  casi di SARS-CoV2.

 

Se guardiamo alle polveri più sottili (Pm2,5) solo il 6% dipende da movimenti atmosferici. Il 57% è prodotto dal riscaldamento domestico, mentre quote attorno al 10% ciascuna dalle modalità di trasporto, dalle fonti di energia e dalla produzione industriale ed agricola; 

Queste evidenze portano a ragionare sulle politiche economiche e su come dovrebbero cambiare, alla luce di una pandemia che sta mettendo in ginocchio i sistemi industriali di tutto il mondo: per contrastare anche in futuro la diffusione di nuovi virus è necessario operare una rivoluzione in termini di sostenibilità ambientale, non solo a livello individuale ma anche nel mondo del lavoro e dell’impresa. 

Non si tratta di optare per la decrescita, ma per una ripresa resiliente e sostenibile, intervenendo su settori come l’efficientamento energetico dell’edilizia attraverso la leva dell’ecobonus, la riqualificazione in chiave bioecologica degli ambienti indoor, la mobilità sostenibile, la digitalizzazione e la dematerializzazione mediante lo smart-working e l’economia circolare. Con la decarbonizzazione dell’edilizia, del lavoro e della mobilità  potremmo incidere sul 70-80% dell’inquinamento.

Sono interventi che non paralizzerebbero l’economia ma metterebbero in moto un gigantesco “green new deal” che sarebbe la chiave di un nuovo modello di sviluppo in grado di coniugare creazione di valore economico, competitività, lavoro, sostenibilità ambientale, salute e conciliazione della vita e del lavoro con quella delle relazioni: attraverso questo unico modello di sviluppo sostenibile si riuscirebbe a “governare” l’epidemia e ad attuare concretamente e rapidamente la transizione energetica, riducendo le emissioni dei gas climalteranti in modo da  evitare, nei prossimi decenni, conseguenze catastrofiche a livello ambientale e sanitario.

Per tale ragione, nella lotta al SARS-CoV2,  gli investimenti in tema di sostenibilità energetica ed ambientale  possono risultare  più efficienti ed efficaci persino dei programmi per la ricerca di un vaccino: ormai è noto che la ricerca di un vaccino il più delle volte è insostenibile, sia per le ingenti risorse da impiegare, che per le enormi difficoltà di arrivare, in tempi brevi, alla fase della vaccinazione di massa della popolazione (soprattutto in caso di pandemia) o ancora peggio, senza avere la certezza del risultato, come è già accaduto per il vaccino contro HIV: sono ormai 35 anni che si fa la ricerca senza alcun successo e ad oggi, con i nuovi farmaci, le prospettive di vita dei pazienti HIV sono pressoché paragonabili a quelle della popolazione senza l’infezione.

Anche l’epidemia da SARS-CoV2 potrebbe essere “gestita” optando per le nuove cure farmacologiche abbinate ad un programma di riduzione delle emissioni inquinanti, soprattutto perchè ci sono delle probabilità che il covid-19 possa subire delle mutazioni e comunque diminuire la sua carica virale (da qui l’inutilità di un vaccino): incidere sulla riduzione dell’inquinamento, non solo non ha alcun “effetto avverso” contrariamente a qualsiasi vaccino, ma permette di ridurre drasticamente, sia il tasso di letalità del SARS-Cov2, che della maggior parte delle patologie tumorali, cardiovascolari, infiammatorie, croniche e degenerative. A sua volta, la minore incidenza di patologie croniche e polmonari porterebbe a minori complicanze nella gestione di future epidemie (la letalità di qualsiasi virus è sempre minore in pazienti in buona salute e senza patologie croniche ed infiammatorie). Tale approccio sostenibile avrà anche effetti positivi sulla preservazione delle biodiversità e delle foreste, rendendo sempre più difficile future zoonosi ovvero il salto di specie (spillover) di virus, batteri e parassiti dall’animale all’uomo.   

 

      

La parola chiave per il prossimo futuro deve essere quindi resilienza, in termini di lavoro, crescita economica, tutela ambientale e della salute; i fattori chiave per raggiungere questi obiettivi sono: riqualificazione edilizia ad alta sostenibilità energetica, ambientale e bioecologica (ecobonus e miglioramento delle condizioni di benessere abitativo indoor), smart working & mobilità sostenibile, economia circolare (rigenerativa ed ecosostenibile).

 

SARS-cov2: efficacia filtrante delle mascherine di comunità, artigianali e “fai da te” rispetto alle mascherine chirurgiche certificate ed ai dispositivi di protezione individuale (DPI)

Nella popolazione vi è molta confusione riguardo all’uso delle mascherine di comunità, mascherine chirurgiche certificate CE (norma UNI EN ISO 14683:2019) e dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) dovuta, in gran parte, all’improvvisazione di molti produttori e distributori di tali presidi e non solo: sono rimasto sconvolto dalle dichiarazioni, prive di ogni rigore scientifico, rilasciate dalla massima autorità italiana in tema della tutela della salute pubblica, ovvero il  Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità prof. Silvio Brusaferro, il quale, nel suo collegamento quotidiano in TV ha consigliato, per la popolazione generale, l’uso delle mascherine fatte in casa, con magliette, sciarpe o bandane: ( CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO )

A tutto ciò si aggiunge la crescita esponenziale sul web della vendita di mascherine artigianali in tessuto di cotone, o in TNT (senza trattamento elettrostatico) che vengono pubblicizzate come presidi “anticoronavirus a norma di legge”. Per certi versi è una “frode al commercio legalizzata dallo Stato Italiano” in quanto è la stessa norma che favorisce questa sorta di “pubblicità ingannevole”: infatti, come previsto dall’articolo 16 comma 2 del DL del 17 marzo 2020, le mascherine di comunità non sono soggette a particolari certificazioni, possono essere  prive del marchio CE, non devono essere considerate né dei dispositivi medici, né dispositivi di protezione individuale e possono essere prodotte in deroga alle vigenti norme sull’immissione in commercio: PUO’ ESSERE CONSIDERATA “MASCHERINA DI COMUNITA'” QUALSIASI MASCHERINA PRODOTTA DA AZIENDE INDUSTRIALI O ARTIGIANALI O “FAI DA TE” E QUINDI ANCHE QUELLA CHE HA UN POTERE FILTRANTE MINIMO, COME AD ESEMPIO UNA BANDANA DI COTONE CHE FILTRA SOLTANTO L’ 1,6% DI MICROORGANISMI DA 0,3 NM.   
Ad esempio in Piemonte (una delle poche regioni del nord in cui l’epidemia continua a crescere), l’azienda Miroglio ha distribuito centinaia di mascherine agli operatori sanitari senza alcuna certificazione di “trattamento elettrostatico”, amplificando così la diffusione del coronavirus in molti Ospedali.

Anche qui a Lecce vedo spesso tante persone al supermercato, negli uffici postali e negli ambulatori medici, con indosso mascherine chirurgiche “non certificate CE” di fattura artigianale: mascherine nere o “colorate” realizzate in cotone oppure in TNT a trama larga ovvero una tipologia di “tessuto non tessuto” che generalmente viene impiegato nel settore della ristorazione e che è del tutto inefficace nella filtrazione del covid-19 in quanto è un tessuto sottoposto ad un semplice trattamento idrorepellente (e non elettrostatico). Anche la carta forno o alluminio non è indicata in quanto essendo impermeabile, rende impossibile la respirazione. La mascherina infatti deve essere indossata in modo che sia del tutto aderente intorno al viso, guance e naso.

Il coronavirus avendo un diametro medio di 0,1 nm e “viaggiando” su goccioline od aerosol di 0.5 nm, NON VIENE ASSOLUTAMENTE FILTRATO DA TESSUTI IN COTONE E FIBRE NATURALI, CALZE, SCIARPE, BANDANE, FAZZOLETTINI DI CARTA, ASSORBENTI INTIMI, MICROFIBRE IN POLIESTERE, VISCOSA, CANAPA, LINO, ETC.

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Consiglio quindi, a tutti coloro che vogliano produrre artigianalmente delle mascherine chirurgiche di comunità, di utilizzare esclusivamente dei tessuti prodotti con un particolare “trattamento elettrostatico” come ad esempio il TNT (tessuto non tessuto) a 4 veli con trama fitta. Il produttore del tessuto deve rilasciare la dichiarazione di conformità, sia riguardo al “trattamento elettrostatico” (e non un semplice trattamento idrorepellente) che al grado di filtrazione medio (< 0.07 nm).  Inoltre, queste mascherine in TNT non possono assolutamente essere lavate o inumidite perché perdono il loro effetto elettrostatico a contatto con liquidi o disinfettanti.

Qui di seguito allego una tabella dove potete verificare l’efficacia filtrante di alcune mascherine di comunità (mascherine artigianali, sartoriali e “fai da te”) rispetto alle mascherine chirurgiche certificate e ad altri DPI. Effectiveness-of-DIY-Mask-Materials-at-Capturing-0.3-Micron-Particles-1-992x1024

Come potete vedere dal grafico,  la bandana di cotone ha un efficacia filtrante nulla (solo dell 1,6%), una sciarpa di lana tra il 6-8%  ed una maglietta di cotone piegata in 2 strati arriva al 15%. E’ quindi evidente che tutti i presidi “fai da te” consigliati dal prof. Brusaferro hanno una capacità di filtraggio del covid-19 del tutto insufficiente, se paragonati ad una normale mascherina chirurgica (75%) o ad un facciale filtrante N95 (ovvero la nostra FFP3) che raggiunge il 96%.

Il tessuto “fai da te” che ha le migliori prestazioni è lo strofinaccio (48% di filtrazione), la tela canvas (di 1-1,2 mm di spessore) che raggiunge un grado di filtrazione del 49%  ed i filtri delle capsule del caffè che arrivano al 62% di filtrazione ed i filtri hepa delle aspirapolveri (83%), che comunque sconsiglio vivamente in quanto vi è il rischio di inalazione di fibre e sostanze tossiche. Un buon test, molto semplice da effettuare,  per verificare la capacità filtrante di un tessuto è quello della “luce intensa”: se la luce passa facilmente attraverso le fibre e si possono vedere le fibre e la trama, non è un buon tessuto. Mentre se la trama è “più densa” ed il tessuto è più spesso con fibre “tridimensionali” e la luce non lo attraversa così tanto, questo è il tessuto da utilizzare.

(Vedi la tabella seguente che riassume lo studio effettuato da Smartairfilters su diversi tessuti naturali e sintetici e che riporta la percentuale di filtrazione di  micropoveri sottili (PM1) dal diametro di 1.0 microns e di virus dal diametro di 0.3 microns, quindi un pò più grandi del coronavirus)

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Anche L’OMS nella recente pubblicazione del 29/01/20 non raccomanda l’uso di mascherine di cotone o di garza in nessuna circostanza (“…Cloth (e.g. cotton or gauze) masks are not recommended under any circumstance”).
Vi è solo una ricerca fatta in Cina in cui un particolare tessuto in cotone (trattato elettrostaticamente e quindi non lavabile) e piegato in 12 strati, ha garantito una discreta protezione (75% di filtrazione).

Quindi è quasi sempre sconsigliabile l’uso di mascherine artigianali e fai da te, in quanto i rischi possono essere maggiori rispetto ai benefici: questo perchè, la persona sentendosi più sicura e protetta (in realtà non lo è affatto) trascura altre forme di prevenzione del contagio come il distanziamento sociale ed altre misure più efficaci ed efficienti, oltre a portare le mani più volte sul viso, ad esempio per mettersi, aggiustarsi e togliersi la mascherina.

L’altro problema è che molte persone, anche se hanno la possibilità di reperire le semplici mascherine chirurgiche in TNT monouso (certificate con trattamento elettrostatico), stanno optando per le mascherine in cotone, in quanto sono convinte che le mascherine in cotone SIANO PIU’ RESISTENTI E FACILMENTE RIUTILIZZABILI: se l’utilizzazione di mascherine non a norma si diffonde, il cittadino comune non riuscirà più a riconoscere chi indossa effettivamente DPI certificati e chi mascherine inadeguate e rispetterà sempre meno il distanziamento sociale. Vi faccio un esempio: vi recate al supermercato e, mentre fate la fila vedete vicino a voi una persona senza mascherina: farete di tutto per mantenere il distanziamento sociale; se invece questa persona la vedete con indosso una mascherina chirurgica” vi sentite più protetti e quindi adottate minori precauzioni..non vi rendete conto che la mascherina chirurgica che lui indossa è in cotone (e non in TNT con trattamento elettrostatico): non avete la consapevolezza che questa persona e come se non “indossasse nulla”, che voi non siete assolutamente protetti dal contagio. Anche chi la usa pensa che una minima forma di protezione ci sia “…è meglio di niente”. Non immagina che è come se non indossasse nulla.

Tuttavia anche gli studi sull’effettiva capacità filtrante delle mascherine chirurgiche certificate sono limitati e contrastanti:
studi condotti a Seul avevano dimostrato che le maschere chirurgiche sono permeabili agli aerosol con un diametro da 0,9 a 3,1 µm. Il diametro delle particelle SARS-CoV è stato stimato tra 0,08 e 0,14 µm durante il primo focolaio di SARS nel 2002/3. Se le particelle di SARS-CoV-2 hanno le stesse dimensioni, si ritiene che le mascherine chirurgiche non hanno un ottimale capacità filtrante. Di parere opposto sono alcune ricerche condotte in Cina, (Lee SA, Grinshpun SA, Reponen T.) in cui le mascherine chirurgiche certificate, se indossate correttamente e perfettamente aderenti sul viso, (in particolare sulle guance e sul naso) possono essere equiparabili a livello di efficienza ed efficacia, ai facciali filtranti FFP2 ed N95.

Inoltre, durante l’epidemia da SARS,  sono stati condotti diversi studi scientifici tra il personale medico che indossava semplici mascherine chirurgiche e personale sanitario che indossava DPI (ffp2-ffp3): tali studi hanno evidenziato che tra i due gruppi di controllo non vi è stata una notevole differenza nel contrarre il virus SARS (un incremento del 2% d’infezioni tra il personale medico che indossava regolarmente le mascherine chirurgiche rispetto al gruppo che indossava DPI). L’aspetto sorprendente è stato che di questo 2% del personale medico che ha contratto l’infezione, circa il 90% non ha avuto sintomi significativi, ricoveri e complicanze. Appare quindi evidente che la semplice mascherina chirurgica non è detto che sia solo “altruista”. Dovrebbe essere specificato che può fungere da “vaccino” in grado di portare all’immunità chi le usa: non ci si riflette abbastanza sul fatto che l’uso di una semplice mascherina chirurgica non solo protegge “l’altro” dal contagio ma porta alla riduzione della dose infettiva chi la indossa, se “l’altro” è positivo e, di conseguenza, l’impatto della malattia: questo perchè il nostro organismo impara a riconoscere il virus attraverso una bassissima carica virale filtrata dalle mascherine chirurgiche. Questa carica può essere sufficiente a indurre una risposta immunitaria, che è effettivamente ciò che fa tipicamente un vaccino e, quindi, crea gli anticorpi in grado di difenderci, senza avere le controindicazioni ed effetti collaterali di un qualsiasi vaccino.

Per concludere appare evidente che gli unici dispositivi di protezione individuale che proteggono la persona che le usa dal contagio, sono soltanto i facciali filtranti FFP2-FFP3 ed N95.
Al fine di proteggere altre persone dal contagio, nel caso in cui, chi le indossa, fosse inconsapevolmente positivo, sarebbe opportuno che questi DPI siano senza valvola di espirazione: purtroppo l’assenza di valvola ne rende difficile l’uso per periodi prolungati. Una valida alternativa può essere costituita dall’uso di dispositivi FFP2-FFP3 ed N95 con valvola di esalazione “dotata di filtro in tnt a carica elettrostatica”, oppure mediante la sovrapposizione, agli stessi DPI, di una semplice mascherina chirurgica a norma.

Alla luce di queste considerazioni la mia speranza è che si arrivi, entro la fine del 2020, alla produzione di DPI certificati con tessuti lavabili e riutilizzabili di origine naturale o facilmente biodegradabili/riciclabili, in quanto l’impatto ambientale di questi presidi è ormai insostenibile, soprattutto per le future generazioni.  

dr.arch. BART CONTERIO

bioecologia dell’abitare, della salute, dell’ambiente e del benessere

DIOSSIDO DI TITANIO: Proposta di classificazione come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i

nel settore edilizio le nanoparticelle di  diossido di Titanio vengono impiegate prevalentemente nel calcestruzzo, nelle malte auto-riparanti,  nei cementi e pitture fotocaltalitiche, nei rivestimenti in ceramica o gres con caratteristiche antibatteriche e/o autopulenti,  nei manufatti per coperture, negli asfalti,  betoncini stradali e pavimentazioni autobloccanti di cemento con funzione “antismog”,    nelle pitture fotocatalitiche,  nei rivestimenti (sequestranti NOx),  nei pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, nei PCM (materiali a cambiamento di fase) aerogel, nanolaser,  nanoisolanti, film sottili,  nell’acciaio per migliorare la corrosione, nel legno per migliorare la resistenza agli UV e all’umidità, nei materiali compositi in legno-plastica, sui vetri come prodotti autopulenti, antigraffio, anti UV, o per migliorare le prestazioni termiche.

Purtroppo, L’International Agency for Research on Cancer ha già classificato il biossido di titanio come possibile cancerogeno per gli umani , classe 2b, se inalato:

https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf 

 http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol93/mono93-7.pdf

a fine maggio 2016, nell’ambito dei regolamenti dell’Unione europea,  è stata ufficialmente attivata la procedura di “Proposta di classificazione ed etichettatura relativa al processo di armonizzazione” per il biossido di titanio come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i. La proposta avviata dalla Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail francese nel 2014 potrebbe dopo 18 mesi di consultazione (novembre 2017) comportare l’adozione di restrizioni specifiche nell’utilizzo del biossido di titanio, specie in forma nano.
Per ulteriori infirmazioni vedi: ANSES’s proposal for titanium dioxide to be classified as carcinogenic by inhalation submitted for public consultation https://www.anses.fr/fr/node/122801

EVIDENZE EPIDEMIOLOGICHE DEGLI EFFETTI SULLA SALUTE DELLE RADIAZIONI NON IONIZZANTI AD ALTA FREQUENZA

prof. ANGELO GINO LEVIS

Già Professore Ordinario di Mutagenesi Ambientale presso l’Università di Padova, Membro della Commissione Oncologica Nazionale, membro IARC (International Agency for Research on Cancer), fondatore ICEMS (International Commission for the Electro-Magnetic Safety). 

SECONDO LE LINEE GUIDA OMS (IRPA,1984;ICNIRP, 1996/98),C.E. (RACCOMANDAZ. 519/99) E “5 saggi” IT. (2003)
· L’UNICO EFFETTO ACCERTATO DEI C.E.M. SULL’UOMO E’ L’EFFETTO TERMICO
· C’È POSSIBILITÀ DI EFFETTI ACUTI, DANNOSI ALLA SALUTE, SE IL RISCALDAMENTO DEI TESSUTI  SUPERA 1° C;
· CIÒ SI VERIFICA SE LA QUANTITÀ DI ENERGIA EM (S.A.R., cioè la quantità specifica di energia assorbita)
SUPERA 1- 4 WATT/KG PER 30’ SU UN ADULTO A RIPOSO;
· INTRODUCENDO UN FATTORE DI RIDUZIONE = 10 PER LE ESPOSIZIONI LAVORATIVE, SI OTTIENE 0,4 W/KG;
· INTRODUCENDO UN ULTERIORE FATTORE DI RIDUZIONE = 5 PER LE ESPOSIZIONI NON LAVORATIVE, SI OTTIENE 0,08 W/KG;

SE SI ADOTTANO LE LINEE GUIDA ICNIRP / OMS / C.E.:

NESSUN VALORE DI CAUTELA PER ESPOSIZIONI PROLUNGATE E “SOGGETTI SENSIBILI“;

· NON SI APPLICA IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE;
· NON SI TIENE CONTO DI:
EFFETTI ACUTI ( BIOLOGICI E SANITARI) DOVUTI A MECCANISMI D’AZIONE NON TERMICI
EFFETTI BIOLOGICI E SANITARI A LUNGO TERMINE

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DIOSSIDO DI TITANIO UN RISCHIO PER LA SALUTE?

un articolo dell’ ARPA Emilia Romagna

IL DIOSSIDO DI TITANIO, SOPRATTUTTO IN FORMA NANOPARTICELLARE INCONTRA UN UTILIZZO  QUOTIDIANO CRESCENTE (IN FILTRI SOLARI, VERNICI, SUPERFICI AUTOPULENTI, COLORANTI  ALIMENTARI ECC.). NUMEROSI STUDI TOSSICOLOGICI HANNO RIPORTATO CHE PROVOCA EFFETTI AVVERSI ED È CLASSIFICATO COME POSSIBILE CANCEROGENO.

 

……Per quanto riguarda i dati epidemiologici, lavoratori esposti a TiO2
respirabile tendono ad accumularlo a livello polmonare, dove provoca fibrosi (18). Studi epidemiologici condotti negli Usa e in Canada non riportano un eccesso di rischio di cancro polmonare (19; 20).

Uno studio epidemiologico retrospettivo condotto in sei Paesi europei ha evidenziato un piccolo ma significativo aumento della mortalità per tumore polmonare tra i lavoratori maschi esposti a TiO2 rispetto alla popolazione
generale.  Nessuna relazione dose-risposta è  stata però osservata (21).

Benché al momento non supportate in modo chiaro da dati epidemiologici, le evidenze sperimentali sono state ritenute sufficienti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) per l’inserimento di  TiO2 (indipendentemente da dimensione  e forma delle particelle) in classe 2B (possibile cancerogeno per l’uomo).

https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf

Recentemente, anche il Niosh (National Institute for Occupational Safety and Health, Usa) ha classi cato TiO2 nanoparticellare, ma non quello sub-microparticellare, come cancerogeno occupazionale e ne ha stabilito valori limite in ambito occupazionale di erenti: 0.3 mg/m3 per il primo e 2.4 mg/m3 per il secondo.
Se ne deduce che l’esposizione ambientale non costituisce al momento un rischio per la salute della popolazione generale, mentre l’esposizione occupazionale dovrebbe essere controllata.

Misure protettive dovrebbero pertanto essere applicate non soltanto nelle  fasi di produzione industriale di TiO2 , ma anche durante certe applicazioni, quali la rimozione di vernici o la distruzione di materiali contenenti TiO2.

In conclusione, l’esposizione complessiva a TiO2 nanoparticellare non è nota. Questo non consente una valutazione quantitativa del rischio posto da TiO2 nanoparticellare.

Data la sua versatilità in termini di dimensione e forma delle particelle e dell’attività fotocatalitica, non è possibile giungere ad alcuna onsiderazione conclusiva in quanto le diverse forme di TiO2 possono agire in maniera molto diversa.

In questo contesto, un’indicazione obbligatoria e chiara della presenza di TiO2 nanoparticellare nei prodotti alimentari e cosmetici potrebbe consentire una migliore definizione dello scenario espositivo, che risulta essenziale per un processo di valutazione del rischio

leggi l’articolo completo:
http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2013_1/manucra_es1_13.pdf

 

Cost Optimal and Nearly Zero-Energy Buildings (nZEB)

Jarek Kurnitski Editor

Cost Optimal and Nearly Zero-Energy Buildings (nZEB)

Definitions, Calculation Principles, and Case Studies

Springer

 

Preface

Nearly zero-energy (nZEB) buildings and cost-optimal energy performance have suddenly become a widely discussed topic across Europe. How to construct these buildings, how to design them, and above all what it means are relevant questions that many building professionals and decision makers from both the public and private sector need to ask and find answers to. The current situation is historic, as the EU has to be ready for the mass construction of nZEB buildings by 2019.
Behind the scenes of this system-wide change in construction, directives on
energy performance in buildings in combination with related R&D at all levels, from technology to calculation methods and regulation, have made it possible to design and construct buildings with remarkably improved energy performance.
nZEB buildings are expected to use 2–3 times less energy compared to today’s modern buildings, should also provide a high-quality indoor environment and long service life, and have to be easy to operate and maintain. Yet, there is still a long way to go in order to realize these ambitious goals in practice, and we hope this book represents a valuable step forward.
There are good reasons for European regulations on the energy performance of buildings: Buildings account for roughly 40 % of total primary energy use in the EU and globally, and also offer the greatest cost-effective energy saving potential compared to other sectors. Unlike the energy and transport sectors, in the building sector the technology for energy savings already exists, making rapid execution possible once the necessary skills and regulations are in place.

Uniform implementation would accelerate the process, as differences in regulations complicate building design, installation and construction, as well as manufacturing and sales in the common market area.
In this book, we have collected the latest information available on nZEB buildings;  the respective authors are well-versed in the preparation of European REHVA nZEB technical definitions, as well as national regulations and nZEB requirements. They present the latest information on technical definitions, system boundaries, and methodologies for energy performance calculations, as well as descriptions of technical solutions and design processes on the basis of nZEB building case studies—essential resources for all those who need to understand and/or work with the energy performance of buildings.
The authors believe that a healthy and ongoing exchange of information will help to promote more concrete and harmonized national nZEB regulations, and to find cost-effective design processes and technical solutions for future nZEB buildings.

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CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

Stefano Montanari –

Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics

Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)

 www.nanodiagnostics.it

 Pur coinvolgendo non pochi campi della medicina, l’argomento è senza dubbio nuovo al di fuori di ambiti scientifici molto particolari e ancora riservati agli addetti ai lavori. Volendo offrire una definizione succinta, le nanopatologie sono le malattie provocate da micro e,  soprattutto, nanoparticelle inorganiche che in qualche modo riescono a penetrare nell’organismo, umano o animale che sia, e non ha alcuna importanza come queste entità piccolissime riescono ad entrare o come sono prodotte. È un dato di fatto che i meccanismi seguiti da una particella una volta che questa sia riuscita a penetrare nell’organismo sono gli stessi, indipendentemente dalla sua origine.

All’inizio degli anni Novanta, il Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti si trovò ad investigare sul perché un filtro cavale si fosse rotto all’interno della vena cava di un paziente . Il perché questo si fosse rotto fu un problema di facile soluzione, ma la nostra analisi, eseguita con sistemi fisici, rivelò qualcosa di molto strano, vale a dire la presenza su quell’oggetto di elementi come, ad esempio, il titanio, che non fanno parte dell’organismo di alcun animale superiore né entrano nella composizione del dispositivo. Un paio d’anni più tardi, ci si presentò un caso del tutto analogo e, ancora una volta, trovammo che elementi estranei sia ai tessuti umani sia alla lega metallica del filtro erano presenti. Poi, alla fine del 1998, la dottoressa Gatti ebbe l’occasione di esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno fosse in grado di dire da dove questi sintomi originassero. Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico, un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria usurata che il paziente portava. Ciò che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di una scorretta masticazione, e di un tentativo maldestro di aggiustamento erano stati inghiottiti per otto anni. Poi questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni dove erano restati, provocando una granulomatosi che si era aggravata tanto da condurre il paziente sull’orlo di un trattamento emodialitico cronico che pareva ormai inevitabile. Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia cortisonica, i sintomi si stabilizzarono, in parte anche regredendo, e non ci fu bisogno di ricorrere all’emodialisi. Cominciammo allora a cercare negli archivi delle Università di Modena e di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero sofferto di malattie criptogeniche, in particolare quelle delle quali fosse possibile ipotizzare un’origine o, comunque, una componente, infiammatoria. Il materiale su cui cominciammo a lavorare riguardava principalmente varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non batterica. In tutti i casi esaminati i campioni contenevano micro- e nanoparticolato inorganico.

Sulla base di quanto stavamo trovando, la dottoressa Gatti chiese ed ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea per allestire una ricerca più sistematica, e il progetto (QLRT-2002-147), che coinvolse anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (gruppo Philips) e la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”, indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da micro- e nanoparticelle.

Si acquistò, allora, un microscopio elettronico a scansione ambientale (ESEM) accessoriato con uno spettroscopio a raggi X a dispersione d’energia (EDS) e si approntò una metodica ad hoc, che ancora non ha uguali al mondo, appropriata per i nostri scopi. Il vantaggio principale di quel tipo di microscopio è la possibilità che questo offre di osservare campioni biologici vitali in condizioni ambientali, vale a dire non sotto vuoto (il che ne farebbe evaporare tutto il contenuto d’acqua, uccidendoli) e senza ricopertura di metalli o di carbone (il che introdurrebbe degl’inquinanti).

L’EDS, invece, permette di eseguire un’analisi elementare assolutamente precisa e puntuale del campione. Iniziate le ricerche, fu subito evidente che il particolato micro- e nanometrico è in grado di entrare nell’organismo e, almeno in parte, non viene affatto eliminato come, invece, era sempre stato dato per scontato pur senza alcuna base scientifica sperimentale, dato che nessuna ricerca in proposito era mai stata eseguita. Fu altrettanto evidente come la via preferenziale d’ingresso di quel materiale sia l’inalazione. A causa delle loro ridottissime dimensioni, quelle particelle, non importa come prodotte, restano sospese nell’aria per tempi lunghissimi. Da qui, vengono inspirate e finiscono negli alveoli polmonari dove, se sono abbastanza grossolane (si parla, comunque di qualche millesimo di millimetro), sono fagocitate dai macrofagi. Una volta che questi corpi estranei sono stati divorati, i macrofagi non sono però capaci di degradarli e, dunque, di distruggerli, perché quei corpi estranei non sono biodegradabili. La conseguenza è che, morto il macrofago, la particella rimane nell’organismo, a meno di quella frazione che i macrofagi sono riusciti a portare a livello delle vie respiratorie superiori per venire poi eliminate tramite l’espettorazione.

Se il particolato è di dimensioni nanometriche, e si parla da qualche decimillesimo di millimetro in giù, questo passa direttamente, entro un minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna.

Dal sangue agli organi il passo è breve, soprattutto se si pensa che le nanoparticelle entrano anche nei globuli rossi, un ottimo cavallo di Troia per superare ogni barriera.

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Nuovi rischi per la salute e sicurezza sul lavoro

(tratto dal primo Rapporto dell’Osservatorio  congiunto

Fillea Cgil -Legambiente- OTTOBRE 2012)

INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ NEL SETTORE EDILIZIO

 capitolo 2.15

L’ immissione nel mercato di un’infinita di nuovi materiali e componenti, che sta caratterizzando un mercato delle costruzioni in rapida evoluzione, rende difficile l’individuazione dei nuovi  rischi correlati per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono infatti tantissimi i nuovi materiali in commercio, alcuni sono potenzialmente dannosi per la salute, ma alla velocita con cui essi sono immessi sul mercato fa riscontro la lentezza delle ricerche sugli esiti tossicologici, e delle procedure atte a regolamentarne gli usi, cosi che spesso ci troviamo di fronte a situazioni di forte rischio, aggravate dalla mancanza di informazione e consapevolezza degli utenti e dei lavoratori.

E’ questo il pericolo che si profila all’orizzonte, soprattutto relativamente all’impiego dei nanomateriali. 

Nelle Tabelle poste in calce al Paragrafo sono sintetizzate le caratteristiche produttive di un campione rappresentativo di materiali innovativi, e sono elencati gli effetti prodotti sull’organizzazione del lavoro e sulla salute e sicurezza dei lavoratori (e degli utenti). Nuovi rischi per la salute e la sicurezza non sono generalmente ascrivibili ai materiali naturali,che sono costituiti da materia prima naturale rigenerabile, dunque hanno un impatto ambientale pressoche nullo e non presentano criticita legate alle fasi di lavorazione e all’uso. Anche i materiali riciclati possono presentare le stesse caratteristiche, a patto che sia controllata la fase di differenziazione del rifiuto, per evitare la presenza, al loro interno, di sostanze tossiche o pericolose. I materiali compositi possono presentare impatti ambientali e rischi, in relazione ai loro componenti, che vanno conosciuti caso per caso, e che non e possibile elencare nello specifico in questo studio.

I nano materiali sono quelli ambientalmente piu ambigui e potenzialmente piu pericolosi: si connotano spesso come ecosostenibili, in quanto fotocatalitici e dunque “mangia smog” (gli intonaci e i prodotti cementizi) oppure battericidi (i piani delle cucine), ma, per le loro caratteristiche microscopiche, essi sono anche potenzialmente pericolosi per la salute. Aumentano le indicazioni sul fatto che i nanomateriali potrebbero essere, per gli esseri umani, piu rischiosi dei corrispondenti materiali in microscala. Tuttavia, va messo in evidenza il termine ‘potrebbero’ poiche a tutt’oggi, le conoscenze  sono troppo limitate per poter generalizzare. Quando si lavora con questi materiali, e di conseguenza consigliabile procedere con un approccio precauzionale.

La rischiosità delle nanoparticelle dipende dalle loro ridotte dimensioni e dalla loro specifica forma. Le ridotta dimensione delle nanoparticelle aumenta la loro reattività chimica, più aggressiva nei confronti del normale funzionamento del corpo umano. Per esempio, molti dei nanomateriali studiati provocano effetti infiammatori più marcati, si ammassano o fissano con più efficacia su determinate parti del corpo impedendone la corretta funzionalità, ma soprattutto, a causa delle piccole dimensioni, la loro superficie è relativamente più ingrandita rispetto al volume (e alla massa) particellare, di modo che la reattività per unità di massa è di gran lunga maggiore. Ciò significa che le nanoparticelle, ad esempio, possono essere talmente piccole da comportarsi come gas, possono penetrare con più profondità  nei polmoni ed essere più facilmente assorbite nel sangue, e, diversamente da quasi tutte le altre sostanze chimiche, possono essere assorbite dai nervi nasali e “facilmente” trasportate al cervello umano, e possono raggiungere punti (cellule, organi) del corpo umano che normalmente sono ben protetti contro l’invasione delle forme di maggiori dimensioni. Anche la forma specifica delle nanoparticelle può influire sulla loro tossicità: per esempio, laddove le particelle possono essere relativamente non tossiche, i nanorod (nanobastoncini) possono invece comportarsi come aghi, e perforare i tessuti umani. A prescindere dai rischi sostanziali, tuttavia, il fattore chiave degli eventuali rischi per la salute generati da nanoprodotti o nanomateriali è la possibilità di esposizione. Quando si parla di esposizione alle nanoparticelle, per i lavoratori edili si intende in primo luogo (e quasi senza eccezione) esposizione ai nanoprodotti (prodotto in cui viene inserito un nanomateriale). Considerati i prodotti utilizzati in genere dai lavoratori edili e le attività che essi svolgono quotidianamente, gli eventuali rischi per la salute riguardano con maggiore probabilità l’esposizione per inalazione di nanomateriali che generano polveri (tramite operazioni di taglio, smerigliatura, perforazione o lavorazione a macchina) o aerosol dalla verniciatura a spruzzo.

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