ecobonus 110% e cessione del credito: cos’è e come funziona.

 

 

Dopo tanti anni e numerose leggi riguardanti la cessione del credito pare, che questo Governo, mediante l’iniziativa  del Ministro Patuanelli e del sottosegretario Fraccaro, sia riuscito a studiare un meccanismo virtuoso di cessione del credito alle Banche o istituti assicurativi e finanziari, in cui anche le piccole e medie imprese, con scarsa liquidità finanziaria, verranno messe nelle condizioni di appaltare i lavori. In pratica, attraverso il 100+10%, la cessione del credito rappresenterà uno strumento conveniente sia per le imprese, che per le Banche e soprattutto per il cliente che potrà effettuare gli interventi di efficientamento energetico a costo “zero”.

Tuttavia vi è un aspetto negativo. Considerato che tutti gli interventi dovranno  essere terminati entro dicembre 2021, potrà accadere  che la domanda di riqualificazione energetica degli edifici superi l’offerta: in tal caso alcune  imprese potrebbero “improvvisarsi” nel realizzare gli interventi di riqualificazione ed efficientamento energetico, con il risultato che alcuni lavori non vengano effettuati a perfetta regola d’arte.  Ad esempio, sulla base dalla mia esperienza professionale, eseguire un cappotto termico “a perfetta regola d’arte” è un operazione assai complessa e le aziende specializzate in Italia in questo specifico settore, soprattutto qui, nel meridione, sono ancora poche.

(distacco di un cappotto termico in Sicilia, a seguito del forte vento di scirocco)

Quindi il mio consiglio è quello di affidarsi ad imprese altamente qualificate (ad esempio che abbiano frequentato specifici corsi di formazione ed aggiornamento professionale sulla base del protocollo denominato ETAG 004) e comunque con diversi anni di esperienza sul campo, magari andando di persona a verificare gli interventi già realizzati dall’impresa che dovrebbe appaltare i lavori, in modo da ottenere maggiori garanzie sull’intervento.

In attesa di una Circolare dell’Agenzia delle Entrate e dei due Decreti del Ministero dello Sviluppo economico che chiariscano i tanti aspetti del provvedimento che regolamenta le attività di riqualificazione energetica che daranno diritto all’ ecobonus 110% è possibile dare alcune risposte a tanti quesiti ed osservazioni tecniche.

Art. 119 Incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici

1-Ecobonus 110%: che cosa è

Detto anche Super bonus 110%, è un provvedimento che vuole imprimere una fortissima accelerazione all’attività di riqualificazione edilizia in brevissimo tempo indirizzandola verso la cosiddetta transizione energetica. In parallelo è previsto il sisma bonus 110% finalizzato alla riduzione del rischio sismico degli edifici di buona parte d’Italia.

2-Dove trovo il provvedimento?

E’ contenuto nel Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 128 del 19 maggio, che è entrato subito in vigore. Il provvedimento contiene misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociale connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19. Andrà convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni. In fase di dibattito parlamentare potrebbe essere modificato.

3-Quali sono gli obiettivi dell’ Ecobonus 110 %?

Creare occupazione e riqualificare dal punto di vista energetico il patrimonio immobiliare, in particolare i condomini e le case unifamiliari di proprietà. Sono milioni di edifici che in genere rappresentano dei veri e propri buchi energetici. Se l’operazione avrà successo, si otterranno edifici energeticamente più efficienti, risparmiosi, meno inquinanti e più confortevoli. Un effetto non secondario dell’operazione è l’incremento di valore dell’immobile.

4-Quali sono gli strumento di lancio dell’ecobonus 110 %

Sono gli articoli 119 e 121 contenuti nel Decreto-Legge Rilancio:

– Art. 119 Incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici.

-Art. 121 Trasformazione delle detrazioni fiscali in sconto sul corrispettivo dovuto e in credito d’imposta cedibile.

Per la messa in pratica dell’operazione occorrono alcuni documenti attuativi. Si tratta di una Circolare dell’Agenzia delle Entrate e di due Decreti del Ministero dello Sviluppo economico.

5-Che cosa prevede l’articolo 119?

Contempla l’innalzamento delle agevolazioni per alcuni interventi già previsti  dell’ecobonus e del sismabonus fino al 110% delle spese documentate e sostenute (finora erano al massimo rispettivamente 75%e 85%) con possibilità per le persone fisiche di detrarre tale 110% dalle proprie tasse in 5 anni di tempo invece che in 10 anni.

6-Che cosa dice l’articolo 121?

Esso prevede la trasformazione delle detrazioni fiscali del 110% delle spese documentate e sostenute in sconto in fattura e in credito di imposta cedibile senza limiti “ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari”.

7-In quale periodo di tempo vanno eseguiti i lavori per poter accedere all’ ecobonus 110 %

Dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021

8-Chi sono i beneficiari dell’ecobonus 110 %

Sono:

-persone fisiche (al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni)

-Istituti autonomi case popolari (IACP) e simili;

-cooperative di abitazione a proprietà indivisa, per interventi realizzati su immobili dalle stesse posseduti e assegnati in godimento ai propri soci.

9-A quali edifici si applica?

Prime e seconde case in condominio

Prime case unifamiliari

(sulla base delle risorse finanziari disponibili c’è stato l’impegno da parte del Ministro Patuanelli e del sottosegretario Fraccaro di discutere, in Parlamento, la possibilità di estendere l’ecobonus 110% anche alle seconde case unifamiliari)

10-A quali edifici non si applica?

Sono esclusi dall’ecobonus

-gli immobili strumentali

-gli immobili di onlus

-edifici unifamiliari diversi dall’abitazione principale

11-Quali interventi complessivi sono necessari per ottenere l’ecobonus 110 %?

Sono di tre tipi:

-in condomini e case unifamiliari: cappotto termico.

-in condominio: impianti centralizzati di riscaldamento e raffrescamento e acqua calda sanitaria con caldaie a condensazione, caldaie a pompa di calore con impianto fotovoltaico o di microcogenerazione

-in case unifamiliari: caldaie a pompa di calore con impianto fotovoltaico o di microcogenerazione.

Per poter fruire del super bonus del 110% sulle installazioni di impianti solari fotovoltaici e sistemi di accumulo, è necessario eseguire congiuntamente uno degli interventi che beneficiano del super bonus o quelli per il sisma-bonus.

12-Quali prestazioni energetiche deve raggiungere l’intervento?

Requisito indispensabile è che l’edificio faccia un salto di due classi energetiche testimoniato dall’Attestazione di Prestazione Energetica rilasciata da un tecnico abilitato “nella forma di dichiarazione asseverata”. Copia dell’asseverazione verrà inviata ad Enea per via telematica. Il Ministero dello Sviluppo economico dovrà emanare un Decreto per fissare la forma dell’asseverazione, entro 30 giorni dalla data di conversione in legge del Decreto Legge n. 34.

Art. 119 Incentivi per efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici

13-Qual è il ruolo del tecnico-progettista nei lavori riguardanti l’ecobonus 110 %?

Avrà un ruolo fondamentale. Egli è il tecnico che deve analizzare la situazione dell’edificio precedente all’intervento, suggerire gli interventi più opportuni, il rispetto dei requisiti tecnico normativi di legge del progetto e dell’intervento e la situazione post intervento e redigere la “dichiarazione asseverata”. In essa dovrà asseverare la congruità delle spese sostenute. A tal fine si attende anche un decreto ad hoc del Ministero dello Sviluppo economico.

14-Quali altre condizioni sono necessarie per l’ecobonus 110 %?

Se il contribuente esercita l’opzione di cessione del credito o di sconto sul corrispettivo prevista dall’art. 121, egli deve ottenere il visto di conformità da parte di un dottore commercialista o di un CAF che attesta la sussistenza dei requisiti che danno diritto alla detrazione di imposta. Lo prevede l’art. 119, comma 11.

15-Quali sono i massimali di spesa ammissibili per gli interventi complessivi?

Cappotto in condominio e in casa unifamiliare: 60 mila € per unità immobiliare

Impianto in condominio e in casa unifamiliare: 30 mila € per unità immobiliare

16-Quali sono gli interventi ‘secondari’, se inseriti all’interno dell’intervento complessivo” possono essere agevolati con la detrazione dell’ecobonus 110 %?

L’acquisto e posa in opera di finestre comprensive di infissi e di schermature solari sono compresi se l’intervento è eseguito congiuntamente a quello complessivo che consente l’ottenimento dell’ecobonus.

I serramenti possono contribuire al raggiungimento del salto di due classi energetiche che dà diritto all’ecobonus 110%.

17-Qual è la spesa massima ammissibile per infissi e schermature?

Il limite massimo di detrazione per gli infissi e le schermature è di 60.000 euro per ciascun intervento.

18-Quale è la ripartizione nel tempo della spesa degli infissi e delle schermature inseriti nell’intervento complessivo?

Sia nel caso di utilizzo diretto della detrazione che nel caso di cessione del credito di imposta, il periodo di detrazione è di 10 anni. Su quest’ultimo punto vi sono dubbi interpretativi che dovrebbero venir chiariti dall’Agenzia delle Entrate entro il 20 giugno 2020.

19-Quali sono i requisiti per i materiali da rispettare per l’ecobonus 110 %?

Non è previsto nulla di specifico salvo per i materiali isolanti per il cappotto termico che devono rispettare i CAM-Criteri ambientali minimi.

20-Premesso che i serramenti sono proprietà privata, nell’ambito di un intervento complessivo che dà diritto all’ecobonus 110 % potrà il proprietario del singolo appartamento sostituire in maniera autonoma i propri infissi e accedere all’ecobonus 110 %?

Può essere, purché l’intervento sia eseguito congiuntamente all’intervento complessivo che dà diritto all’ecobonus 110%. Tuttavia per questo ed altri dettagli interpretativi, è il caso di attendere i provvedimenti attuativi dell’Agenzia delle Entrat.

21-Quali dovranno essere i valori di trasmittanza termica che gli infissi dovranno rispettare in questo caso?

I valori dovranno essere quelli attualmente previsti per l’ottenimento dell’ecobonus. Tuttavia il decreto richiama l’emanazione di apposito provvedimento, per altro già atteso da tempo, in cui potrebbero esserci delle novità in merito.

22-Nel caso di un’unità immobiliare, è possibile ottenere il salto di due classi energetiche installando un adeguato impianto per il riscaldamento, il raffrescamento e la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore e nuovi serramenti ad alta efficienza energetica?

Solo il tecnico-progettista che analizza l’edificio dal vivo può fornire una risposta corretta sull’ammissibilità e l’efficacia dell’intervento. Vi saranno casi in cui l’evidenza sarà immediata, sia in senso positivo che negativo. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi e viste le notevoli cifre in gioco, varrà la pena di commissionare un apposito studio in dettaglio, con tanto di assunzione di responsabilità.

 

Ecobonus 110 %. Sconto in Fattura e Cessione del Credito

Cessione del credito e sconto in fattura sono meccanismi previsti art. 121 del Decreto Rilancio intitolato “Trasformazione delle detrazioni fiscali in sconto sul corrispettivo dovuto e in credito d’imposta cedibile.”

23-Che cosa è la cessione del credito?

La cessione del credito prevista dall’art.121 consiste nella possibilità, per il cliente che ha sostenuto le spese, di attualizzare immediatamente il valore dell’incentivo cui avrebbe diritto, cedendolo a un soggetto terzo. La novità del decreto in questione è quella di consentire che tale soggetto terzo sia una banca o una società finanziaria, e cioè che detto diritto possa essere monetizzato. Al contrario, le normative in essere escludevano banche e finanziarie dalla possibilità di acquisire il credito, che doveva necessariamente rimanere nell’ambito della catena di fornitura.

24-Che cosa è lo sconto in fattura?

Lo sconto immediato in fattura è a tutti gli effetti una ‘cessione del credito’ immediatamente concessa dal fornitore al momento stesso dalla fornitura; la detrazione fiscale connessa all’intervento e destinata a chi sostiene la spesa, viene ceduta al fornitore il quale, in cambio, decurta la sua fattura applicando uno sconto ‘fino a un importo massimo pari al corrispettivo dovuto’

25-Che cosa prevede l’art. 121 del Decreto Rilancio

L’art.121, per come è stato approvato, promuove entrambe i meccanismi; in più, consente una illimitata circolazione del credito, cosa precedentemente limitata a soli due passaggi.

26-Quali interventi sono coperti da sconto in fattura e cessione del credito previsti dall’art.121?

Lo sconto in fattura e la cessione del credito sono applicabili a tutti gli interventi che fanno capo al cosiddetto Bonus Casa, all’Ecobonus (sia nella forma tradizionale sia nella nuova introdotta dall’articolo 119), al SismaBonus, al Bonus facciate introdotto dalla scorsa legge di bilancio, all’installazione di pannelli fotovoltaici (che godano di incentivazione ai sensi dei commi 5 e 6 dell’art.119), all’installazione delle colonnine di ricarica per le auto elettriche.

27-Quali sono gli interventi nel dettaglio?

Ecco gli interventi agevolati e coperti da cessione del credito e sconto in fattura:

– Recupero del patrimonio edilizio

– Efficienza energetica

– Adozione di misure antisismiche

– Recupero o restauro della facciata degli edifici esistenti

– Installazione di impianti fotovoltaici

– Installazione di colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici

28-In quale periodo temporale devono essere stati effettuati tali interventi?

La possibilità si riferisce alle spese sostenute negli anni 2020 e 2021.

29-Esiste un limite massimale in euro per ogni intervento coperto da sconto in fattura e cessione del credito previsti dall’art.121?

No, i limiti riguardano la scansione temporale delle rate, che segue quella cui aveva diritto il cliente che per primo ha maturato il diritto alla detrazione.

30-L’impresa cosa può  compensare nel suo F24 se decidesse di coprire autonomamente le richieste dei clienti?

I tributi che rientrano negli F24 ordinari e accise sono utilizzabili per la compensazione. Quindi: IVA, IRES, IRAP, IMU, TARI, Contributi INPS e INAIL, IRPEF dipendenti e assimilati, Ritenute e Accise. Esiste un limite massimo cumulativo da rispettare che è stato portato a 1 milione di euro dall’art. 147 del DL Rilancio Incremento del limite annuo dei crediti compensabili tramite modello F24.

31-Quando l’impresa è autorizzata a compensare?

Sulla disponibilità effettiva del credito, il Decreto non si pronuncia; nel caso del precedente (L.205/2018) il credito maturava a marzo dell’anno successivo l’intervento. Nel caso dell’art.10 del DL Crescita del 2019 (cosiddetto Sconto immediato) il credito era immediatamente utilizzabile.

32-L’impresa deve far sottoscrivere al cliente un contratto con il quale egli/ella gli cede il credito di imposta da ecobonus?

Più che un ‘contratto’,  il cliente dovrebbe esibire la ricevuta dell’avvenuta cessione che viene stampata dal portale dell’Agenzia. Quindi sarà il cliente a doversi munire del proprio PIN ed effettuare la comunicazione dell’avvenuta cessione.

33-Se in un certo anno non è possibile compensare, che cosa succede ai crediti di imposta di quell’anno?

Nella versione definitiva che è stata approvata, una rata che non è stato possibile utilizzare in compensazione viene persa.

34-E’ necessario cedere tutto il credito di un’operazione o è possibile cederne solo una parte e l’altra parte tenerla?

Per analogia con i meccanismi attualmente in essere, il credito può essere ceduto in tutto o in parte. Tuttavia, sarà meglio aspettare eventuali pronunciamenti dell’Agenzia.

35-Se l’impresa decidesse  di applicare lo sconto in fattura, può decidere la percentuale da applicare? C’è una massimale da rispettare?

Il capoverso a) del comma 1 parla di ‘un contributo sotto forma di sconto’, non fissando un obbligo sulla ‘quantificazione’ di detto sconto, solo specificando che non potrà superare il valore del corrispettivo. Sicuramente questo punto verrà meglio chiarito in futuri provvedimenti dell’Agenzia.

36-Se il cliente ha dichiarato cose non veritiere all’Enea, l’impresa cosa rischia?

Il principio generale è che la responsabilità della singola cessione sia sempre in capo al cedente e non al cessionario. Quindi l’azienda non rischia se il cliente dichiara il falso. Essa rischia quando dovesse a sua volta cedere il credito in modo scorretto. Al comma 7 viene però richiamata una ‘responsabilità in solido del fornitore’ nel caso in cui sia accertato un concorso nella violazione. Va sottolineato che l’articolo 119 che regola il Superbonus chiede esplicitamente che il professionista incaricato sia responsabile ANCHE degli aspetti economici della transazione, per evitare abusi. Tuttavia, questa clausola vale solo per il Superbonus e non per tutte le altre detrazioni che potrebbero essere oggetto di cessione.

SARS-CoV2: un vaccino chiamato sostenibilità dell’abitare, del lavoro e della mobilità.

E’ ormai noto che l’esposizione all’inquinamento atmosferico indoor e outdoor, ed in particolare al materiale particellare PM (PM10, PM2,5), agli ossidi di azoto (NO e NO2), nonché all’ozono (O3), può determinare un insieme di effetti sanitari avversi: più è alta e costante nel tempo l’esposizione alle polveri sottili, più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia predisposto ad una malattia più grave.

In piena pandemia stanno emergendo, sempre di più, numerose evidenze scientifiche in merito alla possibilità di un’associazione diretta della diffusione dell’infezione da SARS-CoV2 con le aree a elevato livello di inquinamento atmosferico: in Italia, l’ipotesi di un’associazione è stata avanzata in virtù del fatto che aree come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dove il virus ha presentato la maggiore diffusione, si registrano generalmente le maggiori concentrazioni degli inquinanti atmosferici misurati e controllati secondo quanto indicato e prescritto dalla legislazione di settore (DLgs 155/2010).

 

 

Per esempio, l’analisi dei decessi su di un ampio campione di casi effettuato dall’ISS, ha mostrato come la mortalità per COVID-19, sia stata elevata in soggetti che già presentavano una o più patologie (malattie respiratorie, cardiocircolatorie, obesità, diabete, malattie renali, ecc), sulle quali la qualità ambientale indoor e outdoor e gli stili di vita, in ambiente urbano, possono aver giocato un ruolo.

Anche in altre aree del mondo come a Wuhan e ad Harbin in Cina, si è visto che la letalità del coronavirus è stata favorita dall’inquinamento atmosferico ed il conseguente lockdown, che ha portato ad una drastica riduzione dei livelli delle polveri sottili, è stata l’arma vincente per controllare la diffusione dell’epidemia.

 

(nella foto Milano prima e dopo il lockdown)

Questa settimana è stato aggiunto un altro importante tassello nel complesso puzzle che ricostruisce la relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di COVID-19 (malattia del Coronavirus causata dalla SARS-CoV-2). A metterla in evidenza, è uno studio intitolato “Comprendere l’ eterogeneità degli esiti avversi del Covid 19: il ruolo della scarsa qualità dell’ aria e le decisioni del lockdown”, condotto da Leonardo Becchetti, docente dell’Università di Roma Tor Vergata, Gianluigi Conzo, anche lui di Tor Vergata, Pierluigi Conzo dell’Università di Torino e Francesco Salustri, del Centro di ricerca sull’economia della salute dell’Università di Oxford.

Si tratta dello studio italiano più completo mai realizzato sulla relazione tra inquinamento e COVID-19 in cui sono stati analizzati i dati di tutti i comuni e di tutte le province, sia in termini di decessi che di contagi giornalieri. Nello studio le variabili significative sulle cause di contagio e i decessi per Covid-19, sono rappresentate dal combinato disposto di tre fattori: le misure di lockdown, il livello dell’inquinamento locale – soprattutto polveri sottili ma anche biossido di azoto – e le tipologie delle strutture produttive locali, in particolare le attività non digitalizzabili, che quindi nel periodo più acuto della crisi epidemica hanno avuto maggiori resistenze a chiudere.

Le stime indicano che la differenza tra province più esposte a polveri sottili (in Lombardia) e meno esposte (in Sardegna) è di circa 1.200 casi e 600 morti in un mese, un dato che implicherebbe il raddoppio della mortalità e dove il livello delle polveri sottili è più elevato (Lombardia, nella Pianura padana dell’ Emilia-Romagna e anche nella zona di Pesaro-Urbino), sono anche le zone di maggior contagio. A risultati simili è pervenuto un gruppo di ricerca di Harvard che ha studiato il fenomeno nelle contee degli Stati Uniti ed è noto che nelle aree rurali di molti paesi europei, dove il i livelli di poveri sottili (PM 10 e PM 2,5) sono estremamente bassi, si contano pochissimi  casi di SARS-CoV2.

 

Se guardiamo alle polveri più sottili (Pm2,5) solo il 6% dipende da movimenti atmosferici. Il 57% è prodotto dal riscaldamento domestico, mentre quote attorno al 10% ciascuna dalle modalità di trasporto, dalle fonti di energia e dalla produzione industriale ed agricola; 

Queste evidenze portano a ragionare sulle politiche economiche e su come dovrebbero cambiare, alla luce di una pandemia che sta mettendo in ginocchio i sistemi industriali di tutto il mondo: per contrastare anche in futuro la diffusione di nuovi virus è necessario operare una rivoluzione in termini di sostenibilità ambientale, non solo a livello individuale ma anche nel mondo del lavoro e dell’impresa. 

Non si tratta di optare per la decrescita, ma per una ripresa resiliente e sostenibile, intervenendo su settori come l’efficientamento energetico dell’edilizia attraverso la leva dell’ecobonus, la riqualificazione in chiave bioecologica degli ambienti indoor, la mobilità sostenibile, la digitalizzazione e la dematerializzazione mediante lo smart-working e l’economia circolare. Con la decarbonizzazione dell’edilizia, del lavoro e della mobilità  potremmo incidere sul 70-80% dell’inquinamento.

Sono interventi che non paralizzerebbero l’economia ma metterebbero in moto un gigantesco “green new deal” che sarebbe la chiave di un nuovo modello di sviluppo in grado di coniugare creazione di valore economico, competitività, lavoro, sostenibilità ambientale, salute e conciliazione della vita e del lavoro con quella delle relazioni: attraverso questo unico modello di sviluppo sostenibile si riuscirebbe a “governare” l’epidemia e ad attuare concretamente e rapidamente la transizione energetica, riducendo le emissioni dei gas climalteranti in modo da  evitare, nei prossimi decenni, conseguenze catastrofiche a livello ambientale e sanitario.

Per tale ragione, nella lotta al SARS-CoV2,  gli investimenti in tema di sostenibilità energetica ed ambientale  possono risultare  più efficienti ed efficaci persino dei programmi per la ricerca di un vaccino: ormai è noto che la ricerca di un vaccino il più delle volte è insostenibile, sia per le ingenti risorse da impiegare, che per le enormi difficoltà di arrivare, in tempi brevi, alla fase della vaccinazione di massa della popolazione (soprattutto in caso di pandemia) o ancora peggio, senza avere la certezza del risultato, come è già accaduto per il vaccino contro HIV: sono ormai 35 anni che si fa la ricerca senza alcun successo e ad oggi, con i nuovi farmaci, le prospettive di vita dei pazienti HIV sono pressoché paragonabili a quelle della popolazione senza l’infezione.

Anche l’epidemia da SARS-CoV2 potrebbe essere “gestita” optando per le nuove cure farmacologiche abbinate ad un programma di riduzione delle emissioni inquinanti, soprattutto perchè ci sono delle probabilità che il covid-19 possa subire delle mutazioni e comunque diminuire la sua carica virale (da qui l’inutilità di un vaccino): incidere sulla riduzione dell’inquinamento, non solo non ha alcun “effetto avverso” contrariamente a qualsiasi vaccino, ma permette di ridurre drasticamente, sia il tasso di letalità del SARS-Cov2, che della maggior parte delle patologie tumorali, cardiovascolari, infiammatorie, croniche e degenerative. A sua volta, la minore incidenza di patologie croniche e polmonari porterebbe a minori complicanze nella gestione di future epidemie (la letalità di qualsiasi virus è sempre minore in pazienti in buona salute e senza patologie croniche ed infiammatorie). Tale approccio sostenibile avrà anche effetti positivi sulla preservazione delle biodiversità e delle foreste, rendendo sempre più difficile future zoonosi ovvero il salto di specie (spillover) di virus, batteri e parassiti dall’animale all’uomo.   

 

      

La parola chiave per il prossimo futuro deve essere quindi resilienza, in termini di lavoro, crescita economica, tutela ambientale e della salute; i fattori chiave per raggiungere questi obiettivi sono: riqualificazione edilizia ad alta sostenibilità energetica, ambientale e bioecologica (ecobonus e miglioramento delle condizioni di benessere abitativo indoor), smart working & mobilità sostenibile, economia circolare (rigenerativa ed ecosostenibile).

 

Il paradosso dell’Economia ecologica

 

intervento di Serge Latouche del 30 settembre 1998 al Seminario internazionale di studio dell’ Università di Padova

I rapporti tra economia ed ecologia si configurano sotto il segno del paradosso. Già, a livello etimologico, queste due parole sono quasi sinonimi. Ambedue si collocano sotto l’ala rassicurante dell’Oikos (la casa, il patrimonio, la nicchia) eppure è noto che gli ecologisti più coerenti sono diventati critici acerrimi dell’economia intesa come teoria (lo stesso Marx, non viene da loro assolto) e avversari decisi dell’economia come pratica. Il fatto è che, assegnando nel 1615 il titolo di. “Traitè d ‘Economie politique” a quel che Aristotele avrebbe definito con orrore “Scienza dell’accumulazione nazionale”, o Crematistica, Antoine de Montchrétien, l’economista mercantilista francese, ha finito per creare una confusione destinata a durare nel tempo.

La definizione di una cosa con il suo contrario forse non era del tutto innocente, e ciò spiega il successo e la persistenza del malinteso.

Affermando che un’umanità, composta da atomi individuali, mossi soltanto dai propri interessi egoistici – che attribuiscono a se stessi ogni diritto sulla natura e sulle altre specie viventi – avrebbe raggiunto il massimo del benessere e per la grande maggioranza, in virtù di una “mano invisibile”, fatto sì che la scienza economica abbia sostenuto ed incentivato la più straordinaria impresa di distruzione del pianeta.

Nel mettere in atto tale programma, e favorendo un’accumulazione senza limiti, stimolata dalla competizione senza freni, l’economia mercantile e capitalista, ormai completamente mondializzata, si sforza di eliminare qualsiasi riferimento all’Oikos, qualsiasi forma , ambientale o culturale, che si sottragga alla mercificazione e alla logica del profitto. Il tentativo di conciliare lo sviluppo economico e la preservazione dell’ambiente con la parola “sviluppo sostenibile” è un esempio tipico di una soluzione verbale.

Così, dobbiamo vedere prima i limiti di questo mostro chiamato “economia ecologica”, poi dedurre le contraddizioni dello sviluppo sostenibile.

 

I limiti dell’economia ecologica.

Da un certo punto di vista, la “natura” e alcuni aspetti dell’ambiente stanno al centro dell’economia, nella versione degli economisti classici.

Nell’economia capitalistica, la natura è intesa, infatti, come una madre avara, e la scarsità occupa un posto centrale nell’economico.

Alla fine la natura è stata espulsa dall’economia, e tale espulsione si è resa necessaria per affermare il dogma dell’armonia naturale degli interessi.

Qui c’è un paradosso: la natura ostile è pur tuttavia priva di valore.

L’avarizia della natura non riguarda tanto la limitatezza di materie prime, ma la necessità della loro trasformazione con il duro lavoro. La scarsità di “utilità” mercantile coesiste dunque con l’abbondanza di risorse naturali. La natura viene posta fuori legge dall’economia. Dice JeanBaptiste Say, “Le ricchezze naturali sono inesauribili perché, in caso contrario, non potremmo ottenerle gratis. Poiché non possono essere moltiplicate né esaurite, non sono oggetto della scienza economica”. Il fatto più sorprendente è che un secolo dopo, quando il Club di Roma ha lanciato l’allarme sull’esaurimento delle risorse naturali, si sono sentite dichiarazioni simili da parte di molti grandi economisti. Senza contare che si insegna ancora agli studenti, nelle università, che aria e acqua sono risorse illimitate, quindi non sono beni economici. Il premio Nobel, Robert Solow, precisa: “E’ molto facile sostituire le risorse naturali con altri fattori. Perciò in linea di massima, non vi è alcun problema; il mondo può andare avanti anche senza risorse naturali. Il loro esaurimento è semplicemente un evento, non una catastrofe”. Cos’è successo?

Annunciando, intorno al 1880, sotto l’influenza di Philip Wicksteed, Knut Wicksell e John Bates Clark – che i fattori naturali di produzione (in particolare il suolo) sono riconducibili a due soli fattori, capitale e lavoro, gli economisti neo-classici eliminavano l’ultimo legame con la natura.

L’esclusione della natura è un retaggio pesante, cui non è estraneo il dogma metafisico dell’armonia naturale degli interessi. Questo postulato, che nega i conflitti tra gli uomini ma è ottimale dal punto di vista della crescita e dello sviluppo economico, è anch’esso, come la scarsità, al centro dell’economico. La conquista della natura e la sua costituzione in avversario radicale del genere umano fondano il dogma di un interesse comune di tutta l’umanità, che è la base su cui poggia l’ideologia dell’economico. Tuttavia, l’unico contenuto tangibile dell’interesse comune dell’umanità è la lotta contro la natura. La potenziale infinitudine della natura giustifica la cooperazione tra gli uomini per il bene di tutti.

Smettiamola di combatterci tra di noi, per dividerci una magra torta, e uniamo invece le forze per strappare alla natura parti sempre più consistenti, affinché tutti e ciascuno ne abbiano a sufficienza. Questo è il grande mito dell’Occidente.

L’universalismo dell’economia e della modernità poggia, dunque, sul postulato di una natura nemica radicale del genere umano.

La tecno-scienza può, senza vergogna né riserve, abbandonarsi a veri e propri attacchi di violenza contro il vivente. “Occorre considerare e trattare la troia come strumento utile a sfornare porcellini, come una macchina per far salsicce”, dice un dirigente dell’industria della carne.

Il problema dell’ambiente è in sostanza quello di stare al di fuori della sfera degli scambi mercantili. Nessun meccanismo si oppone alla sua distruzione. La concorrenza e il mercato, che ci permettono di acquistare le merci alle condizioni migliori, secondo Adam Smith, hanno effetti disastrosi sull’ambiente. Niente limita più il saccheggio delle risorse naturali, la cui gratuità permette ovviamente di abbassare i costi.

L’ordine naturale non ha salvato nè le balene azzurre e neppure i Fuegeni (gli abitanti della Terra del Fuoco).

Il saccheggio dei fondali marini e delle risorse alieutiche sembra irreversibile, e taluni esperti della Banca mondiale se ne compiacciono perché l’umanità, sostituendo la predazione di risorse naturali con la produzione industriale dei loro sostituti , uscirebbe finalmente dalla preistoria….

Lo spreco dei minerali continua in modo irresponsabile. I singoli cercatori d’oro o i garimpeiros dell’Amazzonia, o le grosse società australiane in Nuova Guinea, non si tirano indietro per nessun motivo, pur di procurarsi l’oggetto del desiderio. Nel nostro sistema, ogni capitalista, anzi, ogni homo oeconomicus, si comporta come un cercatore d’oro. E lo sfruttamento della natura non è meno violento o pericoloso, quando si tratta di occultare i nostri rifiuti in seno alla natura pattumiera.

L’attuale mondializzazione sta completando l’opera di distruzione dell’Oikos planetario. Non fosse altro perché la concorrenza esacerbata spinge i paesi del Nord a manipolare la natura senza nessun controllo, e quelli del Sud ad esaurire le risorse non rinnovabili. In agricoltura,

l’uso intensivo di concimi chimici, pesticidi, e irrigazione sistematica e il ricorso ad organismi geneticamente modificati, hanno avuto come conseguenza la distruzione dei suoli, l’esaurimento o l’inquinamento delle falde freatiche, la desertificazione, la diffusione di parassiti, il rischio di epidemie catastrofiche….

Con la deregulation in tutti i paesi del mondo, non vi è più alcun limite alla riduzione dei costi e al circolo vizioso suicida. E’ un vero e proprio gioco al massacro tra individui e tra popoli, a spese della natura.

Meriterebbe riflettere bene su tre casi, quello del cacao, quello delle banane e quello della pesca. Trattiamo qui solo quello del cacao, mentre per gli altri si rimanda al mio recente libro L’altra Africa, (Bollati Boringhieri, 1997).

Quando il prezzo mondiale del cacao era al suo minimo, negli anni ’80, e le economie del Ghana e della Costa d’Avorio erano per questo dentro una crisi drammatica gli esperti della Banca mondiale non trovarono niente di meglio che incoraggiare e finanziare la piantagione di migliaia di ettari di alberi di cacao in Indonesia, Malaysia e Filippine.

Se ne poteva ancora trarre profitto, speculando sulla miseria dei lavoratori di questi paesi, e a detrimento della natura.

Come ha notato Nicholas Georgescu-Roegen, i rifiuti e l’inquinamento, prodotti anch’essi dall’attività economica, non fanno parte delle normali funzioni di produzione. Egli fa notare che, adottando il modello della meccanica classica newtoniana, l’economia esclude l’irreversibilità del tempo. I modelli economici si svolgono in un tempo meccanico e reversibile.

Ignorano l’entropia, cioè la non-reversibilità delle trasformazioni dell’energia e della materia. La conseguenza è uno spreco incosciente di risorse rare e un sotto-utilizzo del flusso, abbondante, di energia solare.

In ultima analisi, poiché la natura non è strutturata conformemente alle leggi del mercato, essa può e ,anzi, deve essere saccheggiata e distrutta per essere eventualmente ricostruita dall’uomo conformemente a tali leggi.

A questo punto, l’offerta di “natura” artificiale (acqua sintetica, aria imbottigliata, semi trans-genici, specie animali geneticamente modificate alimentate industrialmente, ecc.) troverà il giusto prezzo e genererà profitti legittimi per i suoi produttori, e non già rendite abusive per gli indigeni “disoccupati”, che ne erano i custodi di fatto. Tuttavia, la materia prima di tutte queste manipolazioni resta ancora un insopprimibile dono della natura, con proprietà naturali che non sono prodotte né dalla tecno-scienza né dal mercato. La scomparsa delle specie selvatiche non porrà fine alla bio-pirateria né ai comportamenti predatori: qui sta il paradosso, con cui si scontrano i trust agro-alimentari e farmaceutici, nella loro impresa di integrale colonizzazione del vivente. Essi distruggono la bio-diversità, sviluppando e diffondendo soltanto i geni utili (possibilmente fabbricati in laboratorio), ma per farlo devono attingere alla riserva di materie prime esistenti. Anzi, devono persino preoccuparsi di proteggerla.

Ma siccome una logica unica è supposta governare la totalità del reale, si crede che i meccanismi del mercato siano capaci di risolvere i problemi dei danni all’ambiente. Per includere l’ambiente nella razionalità economica, gli economisti si sforzano di conferirgli un prezzo, cioè di tradurre il suo valore in termini monetari: di questo si occupa l’economia ecologica.

Il valore delle risorse naturali è inestimabile in termini economici. Se queste risorse sono una condizione della sopravvivenza umana, non hanno prezzo in senso proprio: il prezzo non può essere che infinito. Non sono dunque le risorse in quanto tali di cui gli economisti si occupano ma, nel migliore dei casi, del valore economico creato o distrutto nel corso del loro sfruttamento.

Innanzi tutto è difficile valutare gli effetti nocivi prima che essi si siano manifestati, o che i danni siano diventati irreparabili, come nel caso della scomparsa di varietà vegetali, animali e … umane.

L’inquinamento nucleare, dati i tempi lunghi della decontaminazione, pone lo stesso tipo di problemi. Per esempio nel 2010, la Francia dovrà gestire 400 m3 di rifiuti ad alta nocività, di durata compresa tra 10.000 e 200.000 anni. Di fronte a danni difficilmente riparabili come questi, esiste solo la prevenzione, che poggia sulla nozione di accettabilità del rischio. Ma a quali condizioni un rischio tecnico può essere considerato accettabile? E’ noto il difficile dibattito sull’amianto. Anche dosi piccolissime possono essere cancerogene. Il costo della riparazione di un danno o, in modo simmetrico, il costo per evitare quel danno, sono difficili da valutare e gli esperti giocherellano con milioni di dollari quando si parla di effetto serra, buco nello strato di ozono, degrado della biodiversità. Non si è ancora stati capaci di valutare neanche a quanto ammonta il conto di Cernobyl! Gli economisti fautori del tutto-è-mercato deplorano quasi l’esistenza delle risorse naturali, ed auspicano che esse abbiano dei proprietari identificabili e responsabili. Il consenso a pagare, e cioè l’importo massimo che un agente è disposto a pagare per continuare a godere di un bene ambientale, e il consenso a ricevere e cioè l’importo simmetrico per rinunciarvi, consentirebbero di chiudere la partita.

Questa operazione è stata resa possibile grazie al concetto di costo esterno, o diseconomie esterne. Si tratta di un costo sociale generato dall’attività di un agente che non ne paga le conseguenze. Gli esempi abbondano: la fabbrica che inquina un fiume costringendo gli utenti a valle a depurare l’acqua; le emissioni automobilistiche di gas che comportano cure mediche ai pedoni.

La contabilizzazione delle esternalità negative da parte degli economisti è una buona cosa, ma il concetto stesso di esternalità indica che si tratta di un inconveniente normalmente ignorato dalla logica mercantile. Si resta comunque all’interno della razionalità economica: finalmente nel quadro dell’economia, la crisi dell’ambiente porta a rafforzare il produttivismo della società tecnocratica. Presentando il vertice di Rio, nel 1992, 1’Onu scrisse che bisogna gestire l’ambiente con “tecniche ecologicamente razionali”, espressione che si ritrova nei lavori di molti esperti. La divulgazione, nel 1992, di una nota interna scritta dall’eminente esperto della Banca mondiale, Lawrence Summers, ne è un esempio premonitore.

Questo distinto economista, che è stato premiato come migliore economista americano e che per poco non è diventato Direttore della Banca mondiale, auspica lo spostamento delle industrie che inquinano nei paesi meno sviluppati, sostenendo il suo ragionamento con calcoli economici senza appello. I costi del disinquinamento sono più bassi al Sud, dice, perché lì i salari sono più bassi. Anche i costi dell’inquinamento sono più bassi al Sud, perché il livello dell’inquinamento è minore. “Ho sempre pensato che i paesi sotto-popolati dell’Africa, scrive Summers, sono largamente sotto inquinati: la qualità dell’aria è di un livello inutilmente elevatorispetto a Los Angeles o Mexico City”. In caso di catastrofe, il prezzo della vita umana è calcolato con indici economici quali la speranza di vita e il livello salariale nettamente più basso.

 

La vita di un inglese vale di più di quella di 100 indiani

Il calcolo dei costi per la salute derivanti dall’inquinamento dipende del resto dai profitti realizzati grazie all’aumento della morbilità e della mortalità. Da questo punto di vista, una certa quantità di inquinamento è bene che esista dove il suo costo è più basso, vale a dire dove i salari sono più bassi.

Penso che la logica economica, secondo cui una certa quantità di rifiuti tossici viene inviata nei luoghi dove i salari sono più bassi, è incontestabile”. A ciò si aggiunga che l’esigenza di un ambiente pulito cresce insieme con il livello di vita. “Ci si preoccupa ovviamente molto di più di un fattore che aumenta in modo infinitesimale i rischi di cancro alla prostata, in un paese dove la gente vive abbastanza a lungo per ammalarsene rispetto ad un altro paese dove 200 bambini su 1000 muoiono prima dei cinque anni”. L’esportazione massiccia dell’inquinamento verso il Sud, ne stimolerà lo sviluppo. L’argomentazione è, in effetti, incontestabile: meglio morire inquinato che morire di fame. Quando si razionalizza l’ecologia, è necessariamente l’economia che impone la sua legge.

 

II – L’impostura dello sviluppo sostenibile

Il problema con lo sviluppo sostenibile non è tanto nella parola sostenibile che è piuttosto bella quanto nella parola sviluppo che è tossica In effetti, il sostenibile significa che l’attività umana non deve creare un livello di inquinamento superiore alla capacità di rigenerazione dell’ambiente. Questo non è altro che l’applicazione del principio di prudenza di Hans Jonas. “Opera in tal modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra”. Di fatto, i caratteri sostenibili ci rimandano non tanto allo sviluppo, quanto alla riproduzione. La riproduzione sostenibile ha regnato sul nostro pianeta più o meno fino al XVIII secolo; è ancora possibile trovare fra gli anziani del Terzo mondo degli “esperti” in riproduzione sostenibile. Gli artigiani e i contadini che hanno conservato gran parte dell’eredità delle maniere ancestrali di fare e di pensare, vivono spesso in

armonia con il loro ambiente; non sono predatori della natura. Nel XVII secolo, redigendo i suoi editti sulle foreste, regolamentando gli abbattimenti degli alberi per assicurarne la ricostituzione, piantando delle querce, che possiamo ancora adesso ammirare e che 300 anni più tardi avrebbero fornito il legno per gli alberi dei vascelli, Colbert dimostra di essere un esperto di “sostenibilità”. Cosi facendo, queste misure si oppongono alla logica mercantile. Si direbbe, dunque, ecco lo sviluppo sostenibile! Ma allora, bisognerebbe dirlo di tutti quei contadini che,

come il nonno di Cornelius Castoriadis, piantavano dei nuovi ulivi e dei nuovi alberi di fichi di cui non avrebbero mai visto i frutti, ma pensavano alle generazioni future, e questo non come risultato di una normativa ma semplicemente perché i loro genitori, così come i loro nonni e tutti coloro che li avevano preceduti, avevano fatto la stessa cosa.

Per la parola “sviluppo” è completamente differente. Il significato storico e pratico di sviluppo, legato al programma della modernità, è fondamentalmente contrario alla sostenibilità. Si tratta di sfruttare, di trarre profitto dalle risorse naturali e umane. E chiaro che è lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da due secoli, che genera i problemi sociali e ambientali attuali: esclusione, sovrappopolazione, povertà, inquinamenti diversi ecc. Aggiungendo l’aggettivo sostenibile al concetto di sviluppo è non meno chiaro che non si tratta veramente di rimettere in discussione lo sviluppo, tutt’al più si pensa di aggiungere una componente ecologica.

Concentrandosi sui danni causati all’ambiente, si evitano gli approcci olistici o globali di un’analisi della dinamica planetaria di una megamacchina tecnoeconomica che funziona sulla base della concorrenza generalizzata senza pietà e ormai senza volto.

Lo sviluppo sostenibile è soltanto uno degli ultimi nati di un lungo seguito d’innovazioni concettuali intese a fare entrare una parte di sogno nella dura realtà della crescita economica. Per comprendere il giudizio pessimistico che si può esprimere sulla probabilità e sulla consistenza di uno sviluppo sostenibile e trarne le conseguenze pratiche, è necessario ricordare le disavventure e le contraddizioni dello sviluppo –buono- e non dimenticare che l’ideologia dello sviluppo manifesta la logica economica in tutto il suo rigore. Non c’è posto in questo paradigma per il rispetto della natura reclamato dagli ecologisti.

La pretesa dello sviluppo e della crescita economica di costituire l’obiettivo essenziale delle società umane si basa dunque in sostanza sul famoso trickle down effect (effetto diffusione) magnificato dall’euforia dei miti della modernità. Eppure questa costruzione seducente non resiste ad un esame serio. Tanti paradossi costellano il ragionamento che l’effetto miracoloso si rivela un miraggio.

Rileviamone tre: il paradosso della creazione dei bisogni, quello dell’accumulazione e il paradosso ecologico.

L’ossessione del PIL fa si che si contino come positive ogni produzione e ogni spesa, comprese quelle dannose, e quelle rese necessarie da queste ultime per neutralizzarne gli effetti. Così, l’aumento del consumo medico è fonte di aumento del PIL. Tuttavia, a popolazione immutata, questa crescita è l’indice di un miglioramento o di un degrado della salute, o addirittura semplicemente della sua conservazione di fronte all’aggressione costante dell’ambiente?

Se si cerca di stimare la riduzione del tasso di crescita tenendo conto dei guasti causati all’ambiente e di tutte le loro conseguenze sul patrimonio naturale e culturale, si perviene spesso ad un risultato di crescita nulla ovvero negativa. Gli Stati Uniti hanno speso nel 1991, 115 miliardi di dollari, pari al 2,1 per cento del PIL per la protezione dell’ambiente, e non è finita. Il nuovo Clean Air Act accrescerà questo costo, si stima, da 45 a 55 miliardi di dollari all’anno. Certo, le stime del costo dell’inquinamento o del prezzo di costo della bonifica sono molto delicate, problematiche e naturalmente controverse (si vedano i dibattiti alla riunione del G7 a Napoli sulla fattura di Cernobyl). Si è calcolato che l’effetto serra potrebbe costare tra 600 e 1000 miliardi di dollari all’anno negli anni a venire, cioè tra il 3 e il 5 per cento del P1L mondiale. Il World Resources Institute, dal canto suo, ha tentato stime della riduzione del tasso di crescita in caso di contabilizzazione dei prelievi dal capitale naturale nell’ottica dello “sviluppo sostenibile”.

Per l’Indonesia ha così ridotto il tasso di crescita tra il 1971 e il 1984 dal 7,1 al 4 per cento in media annua, e questo integrando solo tre elementi: la distruzione delle foreste, i prelievi dalle riserve di petrolio e di gas naturale e l’erosione del suolo. Si può assicurare che si sono compensate per questo tutte le perdite del capitale naturale?

Quanto dire che in queste condizioni, la crescita è un mito!

Così, il dibattito sulla parola “sviluppo” non è solo una questione di parole. Lo si voglia o no, non si può far si che lo sviluppo sia diverso da quello che è stato. Lo sviluppo è stato ed è l’occidentalizzazione del mondo. Come ci sono parole dolci, ci sono parole velenose, parole che

penetrano nel sangue come una droga, pervertono il desiderio ed ottenebrano il giudizio. Sviluppo è una di queste parole tossiche.

 

Conclusione

 

Lo sviluppo sostenibile, o come diciamo in francese “durevole”, questo ossimoro, questa contraddizione in termini, è terrificante e disperante!

Almeno, con lo sviluppo non durevole e insostenibile, si poteva conservare la speranza che questo processo mortifero avrebbe avuto una fine. Che un giorno si sarebbe fermato, vittima delle sue contraddizioni, dei suoi fallimenti, del suo carattere insopportabile e dell’esaurimento delle risorse naturali… Si poteva quindi riflettere e lavorare ad un doposviluppo meno disperante, mettere insieme una postmodernità accettabile.

Lo sviluppo durevole o sostenibile ci toglie ogni prospettiva di uscita, ci promette lo sviluppo realmente esistente per l’eternità!

Finalmente, l’integrazione nel calcolo economico di elementi ambientali artificialmente contabilizzati, non modifica né la natura dell’economia di mercato, né la logica della modernità. Non modifica la ricerca ossessiva della massimizzazione, né la riduzione del sociale a mero dato contabile.

Con la fuga in avanti nella tecnica, si crede di poter risolvere quei problemi che la tecnica stessa ha creato. Solo sotto la “pressione” dell’opinione pubblica è possibile affrontare problemi come questo. Bisogna riconoscere, tuttavia, che la democrazia parlamentare ha mandato elettivo di breve periodo, tipo Westminster, non favorisce le contabilizzazioni di lungo periodo, riguardanti le generazioni future. Ci si può chiedere inoltre se la politica sarà in grado in futuro di far valere il suo ruolo, per controbilanciare la potenza delle transnazionali nel sistema mondializzato di domani. Ancora di più, se l’Ami (Accordo multilaterale sugli investimenti ), messo a punto dagli esperti Ocse, sarà ratificato.

L’esempio del boicottaggio messo in opera dai tedeschi, che nel 1995 riuscì ad arrestare la Shell, gigante economico come pochi altri, è confortante, anche se quella lotta ha lasciato qualche dubbio, come Greenpeace ha riconosciuto dopo. In quell’occasione si è visto che la stessa opinione pubblica, per quanto ben intenzionata e consapevole, è sempre fortemente condizionata dalla disinformazione e manipolazione delle potenze economiche che controllano anche grandi centri della comunicazione, anch’essi dei giganti…. L’opinione pubblica resta, ciononostante, la nostra unica speranza e la base sulla quale può prendere forma l’imperativo di Jonas.

Serge Latouche
Ordinario di Economia alla Università XI di Parigi

Bioeconomia

  • …Le innovazioni tecnologiche avranno certamente un ruolo in questo senso, ma è il momento di smettere di dare importanza esclusivamente all’aumento dell’offerta.

 

  • Anche la domanda può fare la sua parte, una anche più importante e di maggior efficienza in ultima analisi. Sarebbe stupido proporre la rinuncia completa al comfort industriale dell’evoluzione esosomatica. L’umanità non tornerà nelle caverne, o, piuttosto, agli alberi. Ma vi sono alcuni punti che potrebbero essere inclusi in un programma minimo bioeconomico.

 

  • La produzione di tutti gli strumenti di guerra, non solo la guerra stessa, dovrebbe essere proibita completamente. È del tutto assurdo (ed anche ipocrita) continuare a coltivare tabacco se, nelle dichiarazioni, nessuno vuole più fumare. Le nazioni che sono tanto sviluppate da essere i principali produttori di armamenti dovrebbe essere capaci di raggiungere un ampio consenso su questo divieto senza alcuna difficoltà se, come affermano, possiedono anche la saggezza per guidare l’umanità. Interrompere per sempre la produzione di questi strumenti di guerra non solo la farà finita con gli assassini di massa per mezzo di armi ingegnose ma libererà anche grandissime forze produttive che potranno essere impiegate per l’aiuto internazionale senza pregiudizio del livello di vita nei rispettivi paesi.

 

  • Grazie all’uso di queste forze produttive, e per mezzo di misure aggiuntive ben pianficate e oneste, bisogna aiutare le nazioni in via di sviluppo a raggiungere il più rapidamente possibile tenore di vita buono (non lussuoso). Tanto i paesi ricchi quanto quelli poveri devono effettivamente partecipare agli sforzi richiesti da questa trasformazione e accettare la necessità di un cambiamento radicale nelle loro visioni polarizzate della vita.

 

  • Il genere umano dovrebbe gradualmente ridurre la sua popolazione fino ad un livello in cui l’alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura organica. Naturalmente, le nazioni che stanno conoscendo un’alta crescita demografica dovranno impegnarsi duramente per ottenere i risultati più rapidi possibili in questa direzione.

 

  • Fino a che non sia diventato comune l’uso diretto di energia solare o sia ottenuta la fusione controllata, ogni spreco di energia per surriscaldamento, superraffreddamento, superaccelerazione, superilluminazione, ecc. – dovrebbe essere attentamente evitato e, se necessario, rigidamente regolamentato.

 

  • Dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti, splendidamente illustrata da un oggetto contradditorio come l’automobilina per il golf, e per splendori pachidermici come le automobili che non entrano nei garage. Se ci riusciremo, i produttori smetteranno di produrre simili “beni”.

 

  • Dobbiamo liberarci anche della moda, quella “malattia mentale umana”, come la chiamò l’abate Fernando Galliani nel suo celebre Della Moneta (1750). E’ veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Comprare un’automobile “nuova” ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico. E’ stato già proposto di fabbricare gli oggetti in modo che durino più a lungo. Ma è ancor più importante che i consumatori si rieduchino da sè così da disprezzare la moda. I produttori dovranno allora concentrarsi sulla durabilità.

 

  •  e strettamente legato al precedente, è la necessità che i beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli.

 

  • Dovremmo liberarci dalla “sindrome circolare del rasoio elettrico”, che consiste nel radersi più in fretta per avere più tempo per lavorare ad un rasoio che permetta di radersi più rapidamente ancora, in maniera da avere ancora più tempo per progettare un rasoio ancora più veloce, e così via all’infinito. Questo cambiamento richiederà una buona dose di autocritica e un gran numero di ripudi da parte di tutti quegli ambienti professionali che hanno attirato l’uomo in questa vuota regressione senza limiti. Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente.
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Nicholas Georgescu-Reogen

Tratto da: Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile. A cura di Mauro Bonaiuti. Torino, Bollati Boringhieri, 2003