SARS-CoV2: un vaccino chiamato sostenibilità dell’abitare, del lavoro e della mobilità.

E’ ormai noto che l’esposizione all’inquinamento atmosferico indoor e outdoor, ed in particolare al materiale particellare PM (PM10, PM2,5), agli ossidi di azoto (NO e NO2), nonché all’ozono (O3), può determinare un insieme di effetti sanitari avversi: più è alta e costante nel tempo l’esposizione alle polveri sottili, più è alta la probabilità che il sistema respiratorio sia predisposto ad una malattia più grave.

In piena pandemia stanno emergendo, sempre di più, numerose evidenze scientifiche in merito alla possibilità di un’associazione diretta della diffusione dell’infezione da SARS-CoV2 con le aree a elevato livello di inquinamento atmosferico: in Italia, l’ipotesi di un’associazione è stata avanzata in virtù del fatto che aree come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dove il virus ha presentato la maggiore diffusione, si registrano generalmente le maggiori concentrazioni degli inquinanti atmosferici misurati e controllati secondo quanto indicato e prescritto dalla legislazione di settore (DLgs 155/2010).

 

 

Per esempio, l’analisi dei decessi su di un ampio campione di casi effettuato dall’ISS, ha mostrato come la mortalità per COVID-19, sia stata elevata in soggetti che già presentavano una o più patologie (malattie respiratorie, cardiocircolatorie, obesità, diabete, malattie renali, ecc), sulle quali la qualità ambientale indoor e outdoor e gli stili di vita, in ambiente urbano, possono aver giocato un ruolo.

Anche in altre aree del mondo come a Wuhan e ad Harbin in Cina, si è visto che la letalità del coronavirus è stata favorita dall’inquinamento atmosferico ed il conseguente lockdown, che ha portato ad una drastica riduzione dei livelli delle polveri sottili, è stata l’arma vincente per controllare la diffusione dell’epidemia.

 

(nella foto Milano prima e dopo il lockdown)

Questa settimana è stato aggiunto un altro importante tassello nel complesso puzzle che ricostruisce la relazione tra i livelli di inquinamento atmosferico e l’epidemia di COVID-19 (malattia del Coronavirus causata dalla SARS-CoV-2). A metterla in evidenza, è uno studio intitolato “Comprendere l’ eterogeneità degli esiti avversi del Covid 19: il ruolo della scarsa qualità dell’ aria e le decisioni del lockdown”, condotto da Leonardo Becchetti, docente dell’Università di Roma Tor Vergata, Gianluigi Conzo, anche lui di Tor Vergata, Pierluigi Conzo dell’Università di Torino e Francesco Salustri, del Centro di ricerca sull’economia della salute dell’Università di Oxford.

Si tratta dello studio italiano più completo mai realizzato sulla relazione tra inquinamento e COVID-19 in cui sono stati analizzati i dati di tutti i comuni e di tutte le province, sia in termini di decessi che di contagi giornalieri. Nello studio le variabili significative sulle cause di contagio e i decessi per Covid-19, sono rappresentate dal combinato disposto di tre fattori: le misure di lockdown, il livello dell’inquinamento locale – soprattutto polveri sottili ma anche biossido di azoto – e le tipologie delle strutture produttive locali, in particolare le attività non digitalizzabili, che quindi nel periodo più acuto della crisi epidemica hanno avuto maggiori resistenze a chiudere.

Le stime indicano che la differenza tra province più esposte a polveri sottili (in Lombardia) e meno esposte (in Sardegna) è di circa 1.200 casi e 600 morti in un mese, un dato che implicherebbe il raddoppio della mortalità e dove il livello delle polveri sottili è più elevato (Lombardia, nella Pianura padana dell’ Emilia-Romagna e anche nella zona di Pesaro-Urbino), sono anche le zone di maggior contagio. A risultati simili è pervenuto un gruppo di ricerca di Harvard che ha studiato il fenomeno nelle contee degli Stati Uniti ed è noto che nelle aree rurali di molti paesi europei, dove il i livelli di poveri sottili (PM 10 e PM 2,5) sono estremamente bassi, si contano pochissimi  casi di SARS-CoV2.

 

Se guardiamo alle polveri più sottili (Pm2,5) solo il 6% dipende da movimenti atmosferici. Il 57% è prodotto dal riscaldamento domestico, mentre quote attorno al 10% ciascuna dalle modalità di trasporto, dalle fonti di energia e dalla produzione industriale ed agricola; 

Queste evidenze portano a ragionare sulle politiche economiche e su come dovrebbero cambiare, alla luce di una pandemia che sta mettendo in ginocchio i sistemi industriali di tutto il mondo: per contrastare anche in futuro la diffusione di nuovi virus è necessario operare una rivoluzione in termini di sostenibilità ambientale, non solo a livello individuale ma anche nel mondo del lavoro e dell’impresa. 

Non si tratta di optare per la decrescita, ma per una ripresa resiliente e sostenibile, intervenendo su settori come l’efficientamento energetico dell’edilizia attraverso la leva dell’ecobonus, la riqualificazione in chiave bioecologica degli ambienti indoor, la mobilità sostenibile, la digitalizzazione e la dematerializzazione mediante lo smart-working e l’economia circolare. Con la decarbonizzazione dell’edilizia, del lavoro e della mobilità  potremmo incidere sul 70-80% dell’inquinamento.

Sono interventi che non paralizzerebbero l’economia ma metterebbero in moto un gigantesco “green new deal” che sarebbe la chiave di un nuovo modello di sviluppo in grado di coniugare creazione di valore economico, competitività, lavoro, sostenibilità ambientale, salute e conciliazione della vita e del lavoro con quella delle relazioni: attraverso questo unico modello di sviluppo sostenibile si riuscirebbe a “governare” l’epidemia e ad attuare concretamente e rapidamente la transizione energetica, riducendo le emissioni dei gas climalteranti in modo da  evitare, nei prossimi decenni, conseguenze catastrofiche a livello ambientale e sanitario.

Per tale ragione, nella lotta al SARS-CoV2,  gli investimenti in tema di sostenibilità energetica ed ambientale  possono risultare  più efficienti ed efficaci persino dei programmi per la ricerca di un vaccino: ormai è noto che la ricerca di un vaccino il più delle volte è insostenibile, sia per le ingenti risorse da impiegare, che per le enormi difficoltà di arrivare, in tempi brevi, alla fase della vaccinazione di massa della popolazione (soprattutto in caso di pandemia) o ancora peggio, senza avere la certezza del risultato, come è già accaduto per il vaccino contro HIV: sono ormai 35 anni che si fa la ricerca senza alcun successo e ad oggi, con i nuovi farmaci, le prospettive di vita dei pazienti HIV sono pressoché paragonabili a quelle della popolazione senza l’infezione.

Anche l’epidemia da SARS-CoV2 potrebbe essere “gestita” optando per le nuove cure farmacologiche abbinate ad un programma di riduzione delle emissioni inquinanti, soprattutto perchè ci sono delle probabilità che il covid-19 possa subire delle mutazioni e comunque diminuire la sua carica virale (da qui l’inutilità di un vaccino): incidere sulla riduzione dell’inquinamento, non solo non ha alcun “effetto avverso” contrariamente a qualsiasi vaccino, ma permette di ridurre drasticamente, sia il tasso di letalità del SARS-Cov2, che della maggior parte delle patologie tumorali, cardiovascolari, infiammatorie, croniche e degenerative. A sua volta, la minore incidenza di patologie croniche e polmonari porterebbe a minori complicanze nella gestione di future epidemie (la letalità di qualsiasi virus è sempre minore in pazienti in buona salute e senza patologie croniche ed infiammatorie). Tale approccio sostenibile avrà anche effetti positivi sulla preservazione delle biodiversità e delle foreste, rendendo sempre più difficile future zoonosi ovvero il salto di specie (spillover) di virus, batteri e parassiti dall’animale all’uomo.   

 

      

La parola chiave per il prossimo futuro deve essere quindi resilienza, in termini di lavoro, crescita economica, tutela ambientale e della salute; i fattori chiave per raggiungere questi obiettivi sono: riqualificazione edilizia ad alta sostenibilità energetica, ambientale e bioecologica (ecobonus e miglioramento delle condizioni di benessere abitativo indoor), smart working & mobilità sostenibile, economia circolare (rigenerativa ed ecosostenibile).

 

DIOSSIDO DI TITANIO: Proposta di classificazione come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i

nel settore edilizio le nanoparticelle di  diossido di Titanio vengono impiegate prevalentemente nel calcestruzzo, nelle malte auto-riparanti,  nei cementi e pitture fotocaltalitiche, nei rivestimenti in ceramica o gres con caratteristiche antibatteriche e/o autopulenti,  nei manufatti per coperture, negli asfalti,  betoncini stradali e pavimentazioni autobloccanti di cemento con funzione “antismog”,    nelle pitture fotocatalitiche,  nei rivestimenti (sequestranti NOx),  nei pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, nei PCM (materiali a cambiamento di fase) aerogel, nanolaser,  nanoisolanti, film sottili,  nell’acciaio per migliorare la corrosione, nel legno per migliorare la resistenza agli UV e all’umidità, nei materiali compositi in legno-plastica, sui vetri come prodotti autopulenti, antigraffio, anti UV, o per migliorare le prestazioni termiche.

Purtroppo, L’International Agency for Research on Cancer ha già classificato il biossido di titanio come possibile cancerogeno per gli umani , classe 2b, se inalato:

https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf 

 http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol93/mono93-7.pdf

a fine maggio 2016, nell’ambito dei regolamenti dell’Unione europea,  è stata ufficialmente attivata la procedura di “Proposta di classificazione ed etichettatura relativa al processo di armonizzazione” per il biossido di titanio come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i. La proposta avviata dalla Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail francese nel 2014 potrebbe dopo 18 mesi di consultazione (novembre 2017) comportare l’adozione di restrizioni specifiche nell’utilizzo del biossido di titanio, specie in forma nano.
Per ulteriori infirmazioni vedi: ANSES’s proposal for titanium dioxide to be classified as carcinogenic by inhalation submitted for public consultation https://www.anses.fr/fr/node/122801

DIOSSIDO DI TITANIO UN RISCHIO PER LA SALUTE?

un articolo dell’ ARPA Emilia Romagna

IL DIOSSIDO DI TITANIO, SOPRATTUTTO IN FORMA NANOPARTICELLARE INCONTRA UN UTILIZZO  QUOTIDIANO CRESCENTE (IN FILTRI SOLARI, VERNICI, SUPERFICI AUTOPULENTI, COLORANTI  ALIMENTARI ECC.). NUMEROSI STUDI TOSSICOLOGICI HANNO RIPORTATO CHE PROVOCA EFFETTI AVVERSI ED È CLASSIFICATO COME POSSIBILE CANCEROGENO.

 

……Per quanto riguarda i dati epidemiologici, lavoratori esposti a TiO2
respirabile tendono ad accumularlo a livello polmonare, dove provoca fibrosi (18). Studi epidemiologici condotti negli Usa e in Canada non riportano un eccesso di rischio di cancro polmonare (19; 20).

Uno studio epidemiologico retrospettivo condotto in sei Paesi europei ha evidenziato un piccolo ma significativo aumento della mortalità per tumore polmonare tra i lavoratori maschi esposti a TiO2 rispetto alla popolazione
generale.  Nessuna relazione dose-risposta è  stata però osservata (21).

Benché al momento non supportate in modo chiaro da dati epidemiologici, le evidenze sperimentali sono state ritenute sufficienti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) per l’inserimento di  TiO2 (indipendentemente da dimensione  e forma delle particelle) in classe 2B (possibile cancerogeno per l’uomo).

https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf

Recentemente, anche il Niosh (National Institute for Occupational Safety and Health, Usa) ha classi cato TiO2 nanoparticellare, ma non quello sub-microparticellare, come cancerogeno occupazionale e ne ha stabilito valori limite in ambito occupazionale di erenti: 0.3 mg/m3 per il primo e 2.4 mg/m3 per il secondo.
Se ne deduce che l’esposizione ambientale non costituisce al momento un rischio per la salute della popolazione generale, mentre l’esposizione occupazionale dovrebbe essere controllata.

Misure protettive dovrebbero pertanto essere applicate non soltanto nelle  fasi di produzione industriale di TiO2 , ma anche durante certe applicazioni, quali la rimozione di vernici o la distruzione di materiali contenenti TiO2.

In conclusione, l’esposizione complessiva a TiO2 nanoparticellare non è nota. Questo non consente una valutazione quantitativa del rischio posto da TiO2 nanoparticellare.

Data la sua versatilità in termini di dimensione e forma delle particelle e dell’attività fotocatalitica, non è possibile giungere ad alcuna onsiderazione conclusiva in quanto le diverse forme di TiO2 possono agire in maniera molto diversa.

In questo contesto, un’indicazione obbligatoria e chiara della presenza di TiO2 nanoparticellare nei prodotti alimentari e cosmetici potrebbe consentire una migliore definizione dello scenario espositivo, che risulta essenziale per un processo di valutazione del rischio

leggi l’articolo completo:
http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2013_1/manucra_es1_13.pdf

 

greenwashing

Il problema delle nanopatologie conosciuto anche come nanotossicologie, nanotoxicology, nanopathology ( vedi: http://www.stefanomontanari.net/wp-content/uploads/2008/09/images_pdf_nanopatologie.pdf),  può costituire un serio pericolo per la salute pubblica, molto spesso sottovalutato a causa delle forti pressioni da parte delle lobbies multinazionali produttrici di nanotecnologie: è un giro d’affari stimato  in ben 3000 miliardi di dollari  ed  è ormai noto, che quando subentrano  degli interessi commerciali talmente elevati, l’industria riesce a controllare e indirizzare la “ricerca” attraverso lo strumento dei finanziamenti e delle donazioni che elargisce agli stessi centri di ricerca, enti pubblici ed università; di conseguenza, molti degli studi scientifici condotti sulla tossicità dei nanomateriali non vengono diffusi all’opinione pubblica a causa del “conflitto d’interesse” di alcuni scienziati, chimici, biologi, medici e ricercatori universitari esperti in nanoscienze, in quanto coinvolti direttamente nello sviluppo di brevetti e nello studio di nuovi prodotti nanotecnologici.

Dalle numerose ricerche scientifiche internazionali che ho raccolto negli anni, (vedi: studi scientifici internazionali relativi alle nanopatologie), le micro e nanopolveri di biossido di titanio, silicio, quarzo, zinco, etc (come le nanopolveri di metalli pesanti) una volta inalate e/o ingerite, essendo molto spesso  più piccole di un globulo rosso, di un batterio ed anche di un virus, si distribuiscono, in meno di un minuto, nell’apparato circolatorio e si depositano nei tessuti e negli organi umani, come reni, cuore, polmoni e cervello; tali nanoparticelle essendo inorganiche e, per lo più, ad alta massa atomica e ad elevata densità, vengono subito bloccate dal nostro sistema immunitario in quanto riconosciute come “corpi estranei” innescando,  in questo modo, dei processi pro-infiammatori e pre-cancerosi, (ad esempio patologie cardiovascolari ed autoimmuni dovute all’infiammazione cronica, granulomatosi pre-cancerosa, etc). Se fossero sostanze organiche (batteri o virus), verrebbero scisse in componenti più semplici e “digerite”, invece l’estraneo in oggetto è inorganico, “non biodegradabile” allora quella nanoparticella estranea non può essere eliminata. Il nostro organismo cerca di degradarla, ma purtroppo  non ci riesce, allora la isola avvolgendola in un tessuto: forma una sorta di capsula chiamata  granuloma, che però è un tessuto infiammatorio che dura per sempre, si cronicizza e, quando  un’infiammazione diventa  cronica, crea le condizioni favorevoli per l’instaurarsi di una  patologia tumorale. L’analisi di diversi tessuti tumorali attraverso la microscopia SEM,  ha rilevato la presenza di nanoparticelle. Ad esempio  l’alta incidenza  di malati di cancro (prevalentemente linfomi non hodgkin) tra i militari esposti all’uranio impoverito non è dovuta alle radiazioni ionizzanti, quanto all’inalazione  di nanoparticelle (polveri sottili) di metalli pesanti inorganici (mercurio (Hg), cadmio (Cd), arsenico (As), cromo (Cr), tallio (Tl), piombo (Pb),  rame (Cu) zinco (Zn)) presenti in atmosfera a seguito della fusione ad alta temperatura degli ordigni. (vedi: Senato della Repubblica – COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA )

Inoltre sono numerosissimi gli studi scientifici che hanno evidenziato che l’inalazione di nanoparticelle inorganiche causa modifiche al DNA e lo sviluppo di malattie neuro-degenerative (Demenze, malattia di Alzheimer, morbo del Parkinson, SLA) .

Dal 2006 lo IARC, ovvero  l’AGENZIA INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (vedi: International Agency for Research on Cancer), ha inserito il biossido di titanio in “CLASSE 2B” ovvero “cancerogeno possibile per l’uomo indipendentemente da forma e dimensioni delle particelle” ritenendo che le evidenze scientifiche sperimentali sono sufficienti, anche in assenza di chiari dati epidemiologici in quanto difficili e complessi da realizzare.

( vedi: https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf )

( vedi: http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol93/mono93-7.pdf)

Anche l’istituto americano NIOSH, (National Institute for Occupational Safety and Health), ha classificato il biossido di titanio nanometrico  come “cancerogeno occupazionale”, raccomandando il limite di esposizione occupazionale a 0,3 mg/mc.

Infine l‘ Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail francese, ha già ufficialmente avviato, nell’ambito dei regolamenti dell’Unione europea,   la procedura di  classificazione ed etichettatura relativa al processo di armonizzazione per il diossido di titanio come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i. Tale procedura vieterà l’uso, in Francia,  del biossido di titanio come additivo alimentare (E171)  a partire dal gennaio 2020.  (Per ulteriori informazioni vedi: ANSES’s proposal for titanium dioxide to be classified as carcinogenic: https://www.anses.fr/fr/system/files/ERCA2019SA0036EN.pdf ).

anche SAFE, Safe Food Advocacy Europe, un’organizzazione no-profit con sede a Bruxelles, si impegna nel proteggere i consumatori di tutta Europa e promuove una petizione per sollecitare gli esperti della CE e degli Stati membri a sostenere il divieto che la Francia ha messo in atto nell’uso del biossido di titanio.

Quindi, il rischio di contrarre nanopatologie non deriva soltanto dall’esposizione all’uranio impoverito o dall’inalazione  delle polveri sottili emesse dagli inceneritori o delle micropolveri aerodisperse dopo l’attentato alle torri gemelle di New York,   ma anche dall’impiego di nanoparticelle inorganiche  in moltissimi nuovi prodotti “nanotecnologici” impiegati nell’ edilizia: e’ sempre più diffuso l’impiego delle nano-particelle a base di biossido di titanio e/o  silicio nel settore delle costruzioni ed infrastrutture  (pitture antibatteriche, rivestimenti fotocatalitici, asfalti stradali antismog, prodotti sequestranti il biossido di carbonio, manufatti edili nanotecnologici, etc)Ad esempio, queste nano-polveri o nanoparticelle  di biossido di titanio e/o silicio, molto spesso del diametro inferiore ad 1 micron, se applicate sui manti stradali e vernici fotocatalitiche,  accoppiandosi con le nanoparticelle di metalli pesanti derivate dallo smog ed essendo soggette nel tempo  a fenomeni di degradazione (si stima solo dopo 4-7 mesi dall’applicazione), potrebbero reagire con i radicali liberi e con altre sostanze inquinanti, dando origine ad un particolato e, ad un aerosol, estremamente instabile, chimicamente più reattivo e con un accentuata attività biologica, sicuramente più nocivo del PM10 e del PM 2,5, considerato che l’area di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle. (vedi: la ricerca della Commissione Europea-Scienze per le politiche ambientali dal titolo “rivestimenti fotocatalitici di edifici rilasciano particelle potenzialmente tossiche nell’aria”  ( vedi: http://ec.europa.eu/nanocoating potentially toxic particles.pdf )

Purtroppo, come afferma la Commissione Europea nel documento di lavoro riguardante lo studio dei nanomateriali, “poca o nessuna informazione è attualmente disponibile nelle Schede di Sicurezza (SDA)” di materiali contenenti nanoparticelle di biossido di titanio e soggetti, nel tempo, a fenomeni di abrasione e liscivazione (come possono essere gli asfalti stradali antismog ed i rivestimenti esterni fotocatalitici.  ( vedi : http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52012SC0288&from=EN)

Addirittura, tali prodotti vengono  pubblicizzati come materiali “sostenibili” e “green”, confondendo il concetto di “ecocompatibilità” con quello di “biocompatibilità” (ad esempio l’amianto, sotto certi aspetti, potrebbe avere anche delle caratteristiche “ecocompatibili”, ma sicuramente non è da considerare un materiale “biologico” compatibile con la salute umana). Per tali ragioni, prima di immettere sul mercato nuovi materiali, bisogna sempre tenere in attenta considerazione “il principio di precauzione”  anche per non ripetere gli stessi errori, fatti nel secolo scorso, con i manufatti contenenti fibre di amianto.  

 Allora perchè alcuni  Dipartimenti di Protezione Ambientale ignorano  questo rischio?

la risposta è molto semplice: NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE: infatti le attuali strumentazioni in uso presso alcuni Dipartimenti di Protezione Ambientale (ARPA, APAT, etc) essendo purtroppo obsoleti, non sono in grado di rilevare la presenza in atmosfera delle nanoparticelle inferiori a 0,1 micron , tutt’al più rilevano il PM1 o PM 0,5, ma mai nanoparticelle, a volte più piccole di un virus …… basterebbe, semplicemente,  tenere in attenta considerazione il principio fisico fondamentale sulla conservazione della massa (Legge di Lavoisier): “…NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE, TUTTO SI TRASFORMA”

 autore: Bart Conterio

Nuovi rischi per la salute e sicurezza sul lavoro

(tratto dal primo Rapporto dell’Osservatorio  congiunto

Fillea Cgil -Legambiente- OTTOBRE 2012)

INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ NEL SETTORE EDILIZIO

 capitolo 2.15

L’ immissione nel mercato di un’infinita di nuovi materiali e componenti, che sta caratterizzando un mercato delle costruzioni in rapida evoluzione, rende difficile l’individuazione dei nuovi  rischi correlati per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono infatti tantissimi i nuovi materiali in commercio, alcuni sono potenzialmente dannosi per la salute, ma alla velocita con cui essi sono immessi sul mercato fa riscontro la lentezza delle ricerche sugli esiti tossicologici, e delle procedure atte a regolamentarne gli usi, cosi che spesso ci troviamo di fronte a situazioni di forte rischio, aggravate dalla mancanza di informazione e consapevolezza degli utenti e dei lavoratori.

E’ questo il pericolo che si profila all’orizzonte, soprattutto relativamente all’impiego dei nanomateriali. 

Nelle Tabelle poste in calce al Paragrafo sono sintetizzate le caratteristiche produttive di un campione rappresentativo di materiali innovativi, e sono elencati gli effetti prodotti sull’organizzazione del lavoro e sulla salute e sicurezza dei lavoratori (e degli utenti). Nuovi rischi per la salute e la sicurezza non sono generalmente ascrivibili ai materiali naturali,che sono costituiti da materia prima naturale rigenerabile, dunque hanno un impatto ambientale pressoche nullo e non presentano criticita legate alle fasi di lavorazione e all’uso. Anche i materiali riciclati possono presentare le stesse caratteristiche, a patto che sia controllata la fase di differenziazione del rifiuto, per evitare la presenza, al loro interno, di sostanze tossiche o pericolose. I materiali compositi possono presentare impatti ambientali e rischi, in relazione ai loro componenti, che vanno conosciuti caso per caso, e che non e possibile elencare nello specifico in questo studio.

I nano materiali sono quelli ambientalmente piu ambigui e potenzialmente piu pericolosi: si connotano spesso come ecosostenibili, in quanto fotocatalitici e dunque “mangia smog” (gli intonaci e i prodotti cementizi) oppure battericidi (i piani delle cucine), ma, per le loro caratteristiche microscopiche, essi sono anche potenzialmente pericolosi per la salute. Aumentano le indicazioni sul fatto che i nanomateriali potrebbero essere, per gli esseri umani, piu rischiosi dei corrispondenti materiali in microscala. Tuttavia, va messo in evidenza il termine ‘potrebbero’ poiche a tutt’oggi, le conoscenze  sono troppo limitate per poter generalizzare. Quando si lavora con questi materiali, e di conseguenza consigliabile procedere con un approccio precauzionale.

La rischiosità delle nanoparticelle dipende dalle loro ridotte dimensioni e dalla loro specifica forma. Le ridotta dimensione delle nanoparticelle aumenta la loro reattività chimica, più aggressiva nei confronti del normale funzionamento del corpo umano. Per esempio, molti dei nanomateriali studiati provocano effetti infiammatori più marcati, si ammassano o fissano con più efficacia su determinate parti del corpo impedendone la corretta funzionalità, ma soprattutto, a causa delle piccole dimensioni, la loro superficie è relativamente più ingrandita rispetto al volume (e alla massa) particellare, di modo che la reattività per unità di massa è di gran lunga maggiore. Ciò significa che le nanoparticelle, ad esempio, possono essere talmente piccole da comportarsi come gas, possono penetrare con più profondità  nei polmoni ed essere più facilmente assorbite nel sangue, e, diversamente da quasi tutte le altre sostanze chimiche, possono essere assorbite dai nervi nasali e “facilmente” trasportate al cervello umano, e possono raggiungere punti (cellule, organi) del corpo umano che normalmente sono ben protetti contro l’invasione delle forme di maggiori dimensioni. Anche la forma specifica delle nanoparticelle può influire sulla loro tossicità: per esempio, laddove le particelle possono essere relativamente non tossiche, i nanorod (nanobastoncini) possono invece comportarsi come aghi, e perforare i tessuti umani. A prescindere dai rischi sostanziali, tuttavia, il fattore chiave degli eventuali rischi per la salute generati da nanoprodotti o nanomateriali è la possibilità di esposizione. Quando si parla di esposizione alle nanoparticelle, per i lavoratori edili si intende in primo luogo (e quasi senza eccezione) esposizione ai nanoprodotti (prodotto in cui viene inserito un nanomateriale). Considerati i prodotti utilizzati in genere dai lavoratori edili e le attività che essi svolgono quotidianamente, gli eventuali rischi per la salute riguardano con maggiore probabilità l’esposizione per inalazione di nanomateriali che generano polveri (tramite operazioni di taglio, smerigliatura, perforazione o lavorazione a macchina) o aerosol dalla verniciatura a spruzzo.

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MED-ENEC Energy Efficiency in the Construction Sector in the Mediterranean

According to the IEA statistics for energy balance, the residential and commercial sectors are responsible for almost 40 % of the final energy consumption in the world. The major part of this consumption is in buildings. The absolute figure is rising fast in MED-ENEC Partner Countries. The living standard of the population is improving, which translates, inter alia, into an increase in the equipment present in households, like the more widespread use of air-conditioning units. This combination, of a steady demographic growth and a rise in the average living standard, results in an increasing energy demand and CO2 emissions in the building sector.  This study provides an overview of the current status of Energy Efficiency Building Code (EEBC) in the MED-ENEC Partner Countries (ME-PCs). The study is divided in two parts: the first part provides a general introduction on the background and reasoning of the implementation of EE Building Code – the second part provides an overview of the current status of EE building Codes in MED-ENEC Partner Countries. The study was carried out for: Algeria, Egypt, Jordan, Lebanon, Morocco, Occupied Palestinian Territories, Tunisia and Syria.

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SUPPLY AND EXHAUST VENTILATION SYSTEM COMPARISON

SUPPLY AND EXHAUST VENTILATION SYSTEM WITH HEAT RECOVERY IN COMPARISON TO A DEMAND-BASED (MOISTURE-CONTROLLED) EXHAUST VENTILATION SYSTEM

M. Krus, D. Rösler, A. Holm

Fraunhofer-Institut for Building Physics, 83626 Valley, Germany

As a countermeasure to global warming, the energy demand of buildings is to be reduced by specific measures, for example thermal insulation or intelligent ventilation systems. A demand-based (moisture-controlled) exhaust ventilation system is assessed in comparison to a supply and exhaust ventilation system with heat recovery by means of computational investigations. This assessment of different ventilation systems is performed by means of the newly developed hygrothermal indoor climate simulation model WUFI®-Plus. By implementing the individual ventilation systems the energy demand, especially the primary energy consumption on the basis of applying various fuels, as well as the effects on the indoor climate and the C02 content of the indoor air are calculated and compared. Moreover, air change rates are investigated resulting from the use of a demand-based exhaust ventilation system. The calculations are based on a model apartment with a ground floor of 75 m2 and an assumed 3-person household. These investigations comprise 3 different climates in Germany (cold, medium and hot climate).

Despite the high heat recovery coefficient of the supply and exhaust ventilation system an only slightly higher energy use occurred for the demand-based exhaust ventilation system. If regenerative energy sources such as wood are used, primary energy consumption of the demand-based exhaust ventilation system is even lower in comparison to the supply and exhaust ventilation system with heat recovery. With demand-based exhaust ventilation system, the C02 concentration of the indoor air remains permanently below 1200 ppm.

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COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE: “Le attuali conoscenze scientifiche non sono sufficienti per comprendere appieno tutte le caratteristiche e i rischi dei nanomateriali”

Se, in maniera generale, il quadro legislativo comunitario copre i nanomateriali, l’applicazione della legislazione deve essere ulteriormente perfezionata.

Tra gli elementi importanti figurano i metodi di prova e i metodi di valutazione dei rischi che fungono da base per l’applicazione della legislazione, per le decisioni amministrative e per gli obblighi a carico dei fabbricanti e dei datori di lavoro.

Le attuali conoscenze scientifiche non sono sufficienti per comprendere appieno tutte le caratteristiche e i rischi dei nanomaterialiIl comitato scientifico UE dei rischi sanitari emergenti e recentemente identificati (CSRSERI) e il comitato scientifico dei prodotti di consumo (CSPC) hanno segnalato la necessità di migliorare la base di conoscenze, soprattutto per quanto riguarda i metodi di prova e quelli di valutazione dei rischi (pericoli ed esposizione). In linea generale, fra gli Stati membri e a livello internazionale esiste un consenso sulla necessità di ulteriori ricerche. Questo è quanto viene indicato nell’allegato documento di lavoro dei servizi della Commissione. Quando non si conosce la reale portata di un rischio, ma le preoccupazioni sono tali da ritenere necessarie misure di gestione dei rischi, come è il caso attualmente per i nanomateriali, tali misure devono basarsi sul principio di precauzione. Come precisato nella comunicazione della Commissione del 2 febbraio 2000 sul principio di precauzione, il ricorso a tale principio non si traduce necessariamente nell’adozione di atti finali volti a produrre effetti giuridici. È possibile ricorrere a una vasta gamma di azioni o misure, come misure giuridicamente vincolanti, l’avvio di progetti di ricerca o raccomandazioni. Le misure adottate nel quadro del principio di precauzione devono basarsi su principi generali di gestione dei rischi; pertanto devono essere, tra l’altro, proporzionate, non discriminatorie e coerenti e fondarsi su un esame dei vantaggi e degli oneri derivanti dall’azione o dall’inazione oltre che su un esame dell’evoluzione scientifica. In tale contesto l’intervento comunitario per una gestione dei rischi che soddisfi le prescrizioni normative deve concentrarsi principalmente sulle seguenti attività.

Miglioramento della base di conoscenze

 Per sostenere l’attività normativa occorre migliorare rapidamente la base di conoscenze scientifiche. Sono in corso attività di ricerca nell’ambito dei programmi quadro di ricerca e presso il Centro comune di ricerca, come pure a livello internazionale e dei singoli Stati membri dell’UE.

Sono necessarie ricerche soprattutto negli ambiti connessi alla valutazione e alla gestione dei rischi come:

• elaborazione di dati sugli effetti tossici ed ecotossici e sviluppo di metodi di prova per produrre tali dati;

• elaborazione di dati sugli usi e le esposizioni nel corso dell’intero ciclo di vita dei nanomateriali o dei prodotti contenenti nanomateriali nonché di strategie di valutazione dell’esposizione;

• caratterizzazione dei nanomateriali, elaborazione di norme e nomenclature uniformi e di tecniche analitiche di misurazione;

• per quanto riguarda gli aspetti legati alla salute sul lavoro, efficacia di una serie di misure di gestione dei rischi, come strutture di contenimento di determinati processi, ventilazione, dispositivi di protezione individuale quali guanti e apparecchi di protezione delle vie respiratorie. Ai fini dell’elaborazione di norme e di metodi di prova occorre una stretta collaborazione internazionale per garantire che i dati scientifici possano essere confrontati a livello mondiale e che i metodi scientifici utilizzati per scopi normativi siano armonizzati.

Il gruppo di lavoro dell’OCSE sui nanomateriali di sintesi (OECD Working Party on Manufactured Nanomaterials) è diventato il principale forum per il coordinamento delle attività a livello internazionale. Sono in corso lavori anche nel quadro dell’Organizzazione internazionale di normazione (ISO). È stata avviata tutta una serie di attività volte a migliorare la base di conoscenze (cfr. l’allegato documento di lavoro dei servizi della Commissione e la comunicazione della Commissione “Nanoscienze e nanotecnologie: un piano di azione per l’Europa 2005-2009. Prima relazione sull’attuazione, 2005-2007”).

Miglioramento dell’applicazione della legislazione

I gruppi di lavoro della Commissione, le riunione delle autorità competenti e le agenzie responsabili per il coordinamento dell’applicazione delle normative dovranno valutare in maniera regolare se sia necessario adottare ulteriori provvedimenti e di quale tipo.

Tali attività si tradurranno principalmente in documenti di applicazione della legislazione esistente. Tra gli esempi possibili figurano la fissazione di limiti, l’autorizzazione di sostanze e ingredienti, la classificazione di rifiuti come pericolosi, il rafforzamento della valutazione della conformità mediante una riclassificazione, l’introduzione di restrizioni per la commercializzazione e l’impiego di sostanze e preparati chimici ecc.

Nella maggior parte dei casi le disposizioni legislative di applicazione potranno essere adottate mediante procedure di comitatologia. Sono inoltre necessari lavori a livello di documenti da utilizzare su base volontaria, come orientamenti sulla normativa, norme internazionali ed europee, pareri dei comitati scientifici ecc. Occorrerà altresì affrontare le questioni di natura etica secondo le indicazioni del gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove  tecnologie. Sarà inoltre necessario il contributo delle agenzie pertinenti, come l’Agenzia europea per i medicinali, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche o l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (OSHA). L’allegato documento di lavoro dei servizi della Commissione indica quali misure sono già state adottate in una serie di settori. La necessità di ulteriori interventi riguarda particolarmente l’applicazione della valutazione dei rischi. I pertinenti gruppi di lavoro della Commissione devono pertanto dare un seguito ai pareri espressi dai comitati scientifici europei in merito alla valutazione dei rischi. Inoltre, gli organismi europei di normazione sono stati ufficialmente incaricati di verificare se le norme esistenti coprono in misura adeguata i rischi connessi ai nanomateriali. Occorrerà prestare un’attenzione particolare ai prodotti che non vengono sottoposti a controlli prima dell’immissione sul mercato. Dovranno essere promosse azioni congiunte fra le autorità per garantire una sorveglianza ottimale del mercato. È necessario avviare un dialogo con le parti interessate in settori specifici al fine di garantire la trasparenza sui casi in cui le prescrizioni normative vanno rispettate e sulle modalità per lo scambio delle informazioni pertinenti. A livello internazionale i rischi connessi alle nanotecnologie sono diventati una priorità per la collaborazione internazionale nel campo dei cosmetici, dei farmaci, delle sostanze chimiche, della sicurezza alimentare e dei dispositivi medici. In attesa dell’adozione di normative di applicazione e di norme o orientamenti maggiormente specifici, si continuerà a fare riferimento, caso per caso, agli attuali documenti che fungono da base per l’applicazione.

Informazione degli utilizzatori

 La legislazione comunitaria non contiene disposizioni specifiche per i nanomateriali. Senza escludere la possibilità che risulti necessario stabilire obblighi di etichettatura specifici, i nanomateriali devono tuttavia conformarsi alle disposizioni esistenti nel diritto comunitario in materia di etichettatura dei prodotti, avvertenze ai consumatori e agli utilizzatori in base alle caratteristiche dei prodotti, istruzioni per l’uso e a tutti gli altri obblighi di informazione. Rivestono inoltre pertinenza le disposizioni del regolamento REACH che prevedono obblighi di diffusione dei dati in materia di rischi per l’ambiente, la sicurezza e la salute: tali informazioni devono raggiungere gli utilizzatori industriali lungo l’intera catena di approvvigionamento mediante le schede di dati di sicurezza ed essere rese accessibili al grande pubblico su Internet. Verranno elaborate relazioni sulla sicurezza chimica per le sostanze commercializzate in quantitativi pari o superiori alle 10 tonnellate e l’Agenzia europea per le sostanze chimiche predisporrà e gestirà una base dati destinata a rendere pubblici i dati non riservati relativi alle sostanze chimiche. Si richiama inoltre l’attenzione sulle disposizioni del diritto comunitario che introducono un diritto di accesso alle informazioni in relazione ai programmi destinati principalmente ad applicare la legislazione in materia di tutela dell’ambiente. 

Occorre distinguere l’obbligo di fornire informazioni relative all’uso dei nanomateriali e delle nanotecnologie dalle affermazioni dei fabbricanti sulla presenza di particolari caratteristiche associate al loro uso. Qualora tali affermazioni non risultino giustificate si potranno invocare le disposizioni comunitarie in materia di pubblicità falsa o ingannevole

Sorveglianza di mercato e meccanismi di intervento

Una particolare attenzione verrà riservata ai vari strumenti previsti dalla legislazione comunitaria in base ai quali le autorità nazionali sono tenute a provvedere allo scambio di informazioni o ad intervenire qualora i prodotti, pur conformi alle prescrizioni regolamentari, presentino o possano presentare un rischio. Tali strumenti possono assumere la forma di clausole di salvaguardia, misure di monitoraggio della salute, controllo dei mercati dei prodotti alimentari, dei mangimi e degli antiparassitari, obiezioni formali alle norme, misure precauzionali, procedure di vigilanza, misure basate su nuovi elementi di prova o su una nuova valutazione dei dati esistenti, scambio reciproco di informazioni, sistemi di allerta o allarme rapido ecc.. Le autorità possono pertanto intervenire in qualsiasi fase qualora vengano identificati rischi specifici relativi a prodotti già presenti sul mercato che contengono nanomateriali. 

CONCLUSIONI

 In linea di massima l’attuale legislazione copre i possibili rischi per la salute, la sicurezza e l’ambiente connessi ai nanomateriali. La protezione della salute, della sicurezza e dell’ambiente deve essere rafforzata soprattutto migliorando l’applicazione della legislazione esistente. La Commissione e le agenzie dell’Unione Europea procederanno quindi in primo luogo a un riesame degli attuali documenti alla base di tale applicazione, quali disposizioni legislative di applicazione, norme e orientamenti tecnici dal punto di vista della loro applicabilità e adeguatezza in relazione ai nanomateriali. È necessario migliorare le conoscenze su questioni di fondamentale importanza quali la caratterizzazione dei nanomateriali, i loro pericoli, l’esposizione e la valutazione della gestione dei rischi. Poiché le conoscenze si dimostrano il fattore cruciale ai fini dell’applicazione della legislazione e, in definitiva, della sua elaborazione, sono state intraprese in via prioritaria azioni mirate in una serie di settori e a diversi livelli, soprattutto nel campo della ricerca e dello sviluppo, nell’ambito dei programmi quadro 6 e 7 e presso il Centro comune di ricerca della Commissione europea. Le attività sono coordinate con i partner internazionali e le parti interessate in seno ai forum pertinenti come l’OCSE e l’ISO. I gruppi di lavoro della Commissione incaricati di coordinare l’applicazione della legislazione stanno esaminando su base continua se sia necessario modificare la normativa su aspetti specifici, tenendo conto della produzione permanente di informazioni a seguito dell’identificazione di lacune conoscitive. Essi prenderanno in considerazione i lavori svolti in materia a livello nazionale e internazionale. Le autorità e le agenzie responsabili per l’applicazione della legislazione dovranno continuare a sorvegliare con attenzione il mercato e avvalersi dei meccanismi comunitari di intervento sul mercato qualora prodotti già in commercio presentino rischi.  La Commissione intende riferire sui progressi compiuti in tali campi tre anni dopo la presentazione della presente comunicazione.

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NANOSAFE1 – Final report

This is the final report published by the VDI Technologiezentrum GmbH inDusseldorf,Germany, which presents the results of the EU funded project NANOSAFE, the project which preceded NANOSAFE2.

CLICK HERE TO DOWNLOAD Nanosafe1_final_report

Nanotoxicology International Conference NanoTox-2008

The Swiss Federal Institute of Technology Zurich (ETH), the ETH Research Institute for Materials Science and Technology (Empa) and the University of Berne, are organizing the 2nd International Conference on Nanotoxicology from September 7–10, 2008.

Nanotoxicology-2nd International Conference 2008 PosterAbstracts