DIOSSIDO DI TITANIO: Proposta di classificazione come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i

nel settore edilizio le nanoparticelle di  diossido di Titanio vengono impiegate prevalentemente nel calcestruzzo, nelle malte auto-riparanti,  nei cementi e pitture fotocaltalitiche, nei rivestimenti in ceramica o gres con caratteristiche antibatteriche e/o autopulenti,  nei manufatti per coperture, negli asfalti,  betoncini stradali e pavimentazioni autobloccanti di cemento con funzione “antismog”,    nelle pitture fotocatalitiche,  nei rivestimenti (sequestranti NOx),  nei pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, nei PCM (materiali a cambiamento di fase) aerogel, nanolaser,  nanoisolanti, film sottili,  nell’acciaio per migliorare la corrosione, nel legno per migliorare la resistenza agli UV e all’umidità, nei materiali compositi in legno-plastica, sui vetri come prodotti autopulenti, antigraffio, anti UV, o per migliorare le prestazioni termiche.

Purtroppo, L’International Agency for Research on Cancer ha già classificato il biossido di titanio come possibile cancerogeno per gli umani , classe 2b, se inalato:

https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf 

 http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol93/mono93-7.pdf

a fine maggio 2016, nell’ambito dei regolamenti dell’Unione europea,  è stata ufficialmente attivata la procedura di “Proposta di classificazione ed etichettatura relativa al processo di armonizzazione” per il biossido di titanio come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i. La proposta avviata dalla Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail francese nel 2014 potrebbe dopo 18 mesi di consultazione (novembre 2017) comportare l’adozione di restrizioni specifiche nell’utilizzo del biossido di titanio, specie in forma nano.
Per ulteriori infirmazioni vedi: ANSES’s proposal for titanium dioxide to be classified as carcinogenic by inhalation submitted for public consultation https://www.anses.fr/fr/node/122801

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DIOSSIDO DI TITANIO UN RISCHIO PER LA SALUTE?

un articolo dell’ ARPA Emilia Romagna

IL DIOSSIDO DI TITANIO, SOPRATTUTTO IN FORMA NANOPARTICELLARE INCONTRA UN UTILIZZO  QUOTIDIANO CRESCENTE (IN FILTRI SOLARI, VERNICI, SUPERFICI AUTOPULENTI, COLORANTI  ALIMENTARI ECC.). NUMEROSI STUDI TOSSICOLOGICI HANNO RIPORTATO CHE PROVOCA EFFETTI AVVERSI ED È CLASSIFICATO COME POSSIBILE CANCEROGENO.

 

……Per quanto riguarda i dati epidemiologici, lavoratori esposti a TiO2
respirabile tendono ad accumularlo a livello polmonare, dove provoca fibrosi (18). Studi epidemiologici condotti negli Usa e in Canada non riportano un eccesso di rischio di cancro polmonare (19; 20).

Uno studio epidemiologico retrospettivo condotto in sei Paesi europei ha evidenziato un piccolo ma significativo aumento della mortalità per tumore polmonare tra i lavoratori maschi esposti a TiO2 rispetto alla popolazione
generale.  Nessuna relazione dose-risposta è  stata però osservata (21).

Benché al momento non supportate in modo chiaro da dati epidemiologici, le evidenze sperimentali sono state ritenute sufficienti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) per l’inserimento di  TiO2 (indipendentemente da dimensione  e forma delle particelle) in classe 2B (possibile cancerogeno per l’uomo).

https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf

Recentemente, anche il Niosh (National Institute for Occupational Safety and Health, Usa) ha classi cato TiO2 nanoparticellare, ma non quello sub-microparticellare, come cancerogeno occupazionale e ne ha stabilito valori limite in ambito occupazionale di erenti: 0.3 mg/m3 per il primo e 2.4 mg/m3 per il secondo.
Se ne deduce che l’esposizione ambientale non costituisce al momento un rischio per la salute della popolazione generale, mentre l’esposizione occupazionale dovrebbe essere controllata.

Misure protettive dovrebbero pertanto essere applicate non soltanto nelle  fasi di produzione industriale di TiO2 , ma anche durante certe applicazioni, quali la rimozione di vernici o la distruzione di materiali contenenti TiO2.

In conclusione, l’esposizione complessiva a TiO2 nanoparticellare non è nota. Questo non consente una valutazione quantitativa del rischio posto da TiO2 nanoparticellare.

Data la sua versatilità in termini di dimensione e forma delle particelle e dell’attività fotocatalitica, non è possibile giungere ad alcuna onsiderazione conclusiva in quanto le diverse forme di TiO2 possono agire in maniera molto diversa.

In questo contesto, un’indicazione obbligatoria e chiara della presenza di TiO2 nanoparticellare nei prodotti alimentari e cosmetici potrebbe consentire una migliore definizione dello scenario espositivo, che risulta essenziale per un processo di valutazione del rischio

leggi l’articolo completo:
http://www.arpa.emr.it/cms3/documenti/_cerca_doc/ecoscienza/ecoscienza2013_1/manucra_es1_13.pdf

 

greenwashing

Il problema delle nanopatologie conosciuto anche come nanotossicologie, nanotoxicology, nanopathology ( vedi:  Stefano Montanari, Antonietta M. Gatti: Nanopatologie: cause ambientali e possibilità di indagine ),  può costituire un serio pericolo per la salute pubblica, molto spesso sottovalutato a causa delle forti pressioni da parte delle lobbies multinazionali produttrici di nanotecnologie: è un giro d’affari stimato  in ben 3000 miliardi di dollari  ed  è ormai noto, che quando subentrano  degli interessi commerciali talmente elevati, l’industria riesce a controllare e indirizzare la “ricerca” attraverso lo strumento dei finanziamenti e delle donazioni che elargisce agli stessi centri di ricerca, enti pubblici ed università; di conseguenza, molti degli studi scientifici condotti sulla tossicità dei nanomateriali non vengono diffusi all’opinione pubblica a causa del “conflitto d’interesse” di alcuni scienziati, chimici, biologi, medici e ricercatori universitari esperti in nanoscienze, in quanto coinvolti direttamente nello sviluppo di brevetti e nello studio di nuovi prodotti nanotecnologici.

Dalle numerose ricerche scientifiche internazionali che ho raccolto negli anni, (vedi: studi scientifici internazionali relativi alle nanopatologie), le micro e nanopolveri di biossido di titanio, silicio, quarzo, zinco, etc (come le nanopolveri di metalli pesanti) una volta inalate e/o ingerite, essendo molto spesso  più piccole di un globulo rosso, di un batterio ed anche di un virus, si distribuiscono, in meno di un minuto, nell’apparato circolatorio e si depositano nei tessuti e negli organi umani, come reni, cuore, polmoni e cervello; tali nanoparticelle essendo inorganiche e, per lo più, ad alta massa atomica e ad elevata densità, vengono subito bloccate dal nostro sistema immunitario in quanto riconosciute come “corpi estranei” innescando,  in questo modo, dei processi pro-infiammatori e pre-cancerosi, (ad esempio patologie cardiovascolari ed autoimmuni dovute all’infiammazione cronica, granulomatosi pre-cancerosa, etc). Se fossero sostanze organiche (batteri o virus), verrebbero scisse in componenti più semplici e “digerite”, invece l’estraneo in oggetto è inorganico, “non biodegradabile” allora quella nanoparticella estranea non può essere eliminata. Il nostro organismo cerca di degradarla, ma purtroppo  non ci riesce, allora la isola avvolgendola in un tessuto: forma una sorta di capsula chiamata  granuloma, che però è un tessuto infiammatorio che dura per sempre, si cronicizza e, quando  un’infiammazione diventa  cronica, crea le condizioni favorevoli per l’instaurarsi di una  patologia tumorale. L’analisi di diversi tessuti tumorali attraverso la microscopia SEM,  ha rilevato la presenza di nanoparticelle. Ad esempio  l’alta incidenza  di malati di cancro tra i militari esposti all’uranio impoverito non è dovuta alle radiazioni ionizzanti, quanto all’inalazione  di nanoparticelle (polveri sottili) di metalli pesanti inorganici (mercurio (Hg), cadmio (Cd), arsenico (As), cromo (Cr), tallio (Tl), piombo (Pb),  rame (Cu) zinco (Zn)) presenti in atmosfera a seguito della fusione ad alta temperatura degli ordigni. (vedi: Senato della Repubblica – COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA )

Inoltre sono numerosissimi gli studi scientifici che hanno evidenziato che l’inalazione di nanoparticelle inorganiche causa modifiche al DNA e lo sviluppo di malattie neuro-degenerative (Demenze, malattia di Alzheimer, morbo del Parkinson, SLA) .

Dal 2006 lo IARC, ovvero  l’AGENZIA INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (vedi: International Agency for Research on Cancer), ha inserito il biossido di titanio in “CLASSE 2B” ovvero “cancerogeno possibile per l’uomo indipendentemente da forma e dimensioni delle particelle” ritenendo che le evidenze scientifiche sperimentali sono sufficienti, anche in assenza di chiari dati epidemiologici in quanto difficili e complessi da realizzare.

( vedi: https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf )

( vedi: http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol93/mono93-7.pdf)

Anche l’istituto americano NIOSH, (National Institute for Occupational Safety and Health), ha classificato il biossido di titanio nanometrico  come “cancerogeno occupazionale”, raccomandando il limite di esposizione occupazionale a 0,3 mg/mc.

Infine l‘ Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation, de l’environnement et du travail francese, ha già ufficialmente avviato, nell’ambito dei regolamenti dell’Unione europea,   la procedura di “Proposta di classificazione ed etichettatura relativa al processo di armonizzazione” per il diossido di titanio come cancerogeno 1B con frase d’azzardo H350i. La proposta avviata potrebbe comportare, a partire dal novembre  2017, l’adozione di restrizioni specifiche nell’utilizzo del biossido di titanio, specie in forma nanometrica. (Per ulteriori informazioni vedi: ANSES’s proposal for titanium dioxide to be classified as carcinogenic by inhalation submitted for public consultation  (vedi: https://www.anses.fr/fr/node/122801 )

Quindi, il rischio di contrarre nanopatologie non deriva soltanto dall’esposizione all’uranio impoverito o dall’inalazione  delle polveri sottili emesse dagli inceneritori o delle micropolveri aerodisperse dopo l’attentato alle torri gemelle di New York,   ma anche dall’impiego di nanoparticelle inorganiche  in moltissimi nuovi prodotti “nanotecnologici” impiegati nell’ edilizia: e’ sempre più diffuso l’impiego delle nano-particelle a base di biossido di titanio e/o  silicio nel settore delle costruzioni ed infrastrutture  (pitture antibatteriche, rivestimenti fotocatalitici, asfalti stradali antismog, prodotti sequestranti il biossido di carbonio, manufatti edili nanotecnologici, etc)Ad esempio, queste nano-polveri o nanoparticelle  di biossido di titanio e/o silicio, molto spesso del diametro inferiore ad 1 micron, se applicate sui manti stradali e vernici fotocatalitiche,  accoppiandosi con le nanoparticelle di metalli pesanti derivate dallo smog ed essendo soggette nel tempo  a fenomeni di degradazione (si stima solo dopo 4-7 mesi dall’applicazione), potrebbero reagire con i radicali liberi e con altre sostanze inquinanti, dando origine ad un particolato e, ad un aerosol, estremamente instabile, chimicamente più reattivo e con un accentuata attività biologica, sicuramente più nocivo del PM10 e del PM 2,5, considerato che l’area di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle. (vedi: la ricerca della Commissione Europea-Scienze per le politiche ambientali dal titolo “rivestimenti fotocatalitici di edifici rilasciano particelle potenzialmente tossiche nell’aria”  ( vedi: http://ec.europa.eu/nanocoating potentially toxic particles.pdf )

Purtroppo, come afferma la Commissione Europea nel documento di lavoro riguardante lo studio dei nanomateriali, “poca o nessuna informazione è attualmente disponibile nelle Schede di Sicurezza (SDA)” di materiali contenenti nanoparticelle di biossido di titanio e soggetti, nel tempo, a fenomeni di abrasione e liscivazione (come possono essere gli asfalti stradali antismog ed i rivestimenti esterni fotocatalitici.  ( vedi : http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:52012SC0288&from=EN)

Addirittura, tali prodotti vengono  pubblicizzati come materiali “sostenibili” e “green”, confondendo il concetto di “ecocompatibilità” con quello di “biocompatibilità” (ad esempio l’amianto, sotto certi aspetti, potrebbe avere anche delle caratteristiche “ecocompatibili”, ma sicuramente non è da considerare un materiale “biologico” compatibile con la salute umana). Per tali ragioni, prima di immettere sul mercato nuovi materiali, bisogna sempre tenere in attenta considerazione “il principio di precauzione”  anche per non ripetere gli stessi errori, fatti nel secolo scorso, con i manufatti contenenti fibre di amianto.  

 Allora perchè alcuni  Dipartimenti di Protezione Ambientale ignorano  questo rischio?

la risposta è molto semplice: NON COSTITUISCE PERICOLO TUTTO CIO’ CHE NON SI VEDE, SOLTANTO PERCHE’ NON ABBIAMO GLI STRUMENTI PER VEDERE: infatti le attuali strumentazioni in uso presso alcuni Dipartimenti di Protezione Ambientale (ARPA, APAT, etc) essendo purtroppo obsoleti, non sono in grado di rilevare la presenza in atmosfera delle nanoparticelle inferiori a 0,1 micron , tutt’al più rilevano il PM1 o PM 0,5, ma mai nanoparticelle, a volte più piccole di un virus …… basterebbe, semplicemente,  tenere in attenta considerazione il principio fisico fondamentale sulla conservazione della massa (Legge di Lavoisier): “…NULLA SI CREA, NULLA SI DISTRUGGE, TUTTO SI TRASFORMA”

 autore: Bart Conterio

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?

Stefano Montanari –

Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics

Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)

 www.nanodiagnostics.it

 Pur coinvolgendo non pochi campi della medicina, l’argomento è senza dubbio nuovo al di fuori di ambiti scientifici molto particolari e ancora riservati agli addetti ai lavori. Volendo offrire una definizione succinta, le nanopatologie sono le malattie provocate da micro e,  soprattutto, nanoparticelle inorganiche che in qualche modo riescono a penetrare nell’organismo, umano o animale che sia, e non ha alcuna importanza come queste entità piccolissime riescono ad entrare o come sono prodotte. È un dato di fatto che i meccanismi seguiti da una particella una volta che questa sia riuscita a penetrare nell’organismo sono gli stessi, indipendentemente dalla sua origine.

All’inizio degli anni Novanta, il Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti si trovò ad investigare sul perché un filtro cavale si fosse rotto all’interno della vena cava di un paziente . Il perché questo si fosse rotto fu un problema di facile soluzione, ma la nostra analisi, eseguita con sistemi fisici, rivelò qualcosa di molto strano, vale a dire la presenza su quell’oggetto di elementi come, ad esempio, il titanio, che non fanno parte dell’organismo di alcun animale superiore né entrano nella composizione del dispositivo. Un paio d’anni più tardi, ci si presentò un caso del tutto analogo e, ancora una volta, trovammo che elementi estranei sia ai tessuti umani sia alla lega metallica del filtro erano presenti. Poi, alla fine del 1998, la dottoressa Gatti ebbe l’occasione di esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno fosse in grado di dire da dove questi sintomi originassero. Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico, un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria usurata che il paziente portava. Ciò che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di una scorretta masticazione, e di un tentativo maldestro di aggiustamento erano stati inghiottiti per otto anni. Poi questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni dove erano restati, provocando una granulomatosi che si era aggravata tanto da condurre il paziente sull’orlo di un trattamento emodialitico cronico che pareva ormai inevitabile. Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia cortisonica, i sintomi si stabilizzarono, in parte anche regredendo, e non ci fu bisogno di ricorrere all’emodialisi. Cominciammo allora a cercare negli archivi delle Università di Modena e di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero sofferto di malattie criptogeniche, in particolare quelle delle quali fosse possibile ipotizzare un’origine o, comunque, una componente, infiammatoria. Il materiale su cui cominciammo a lavorare riguardava principalmente varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non batterica. In tutti i casi esaminati i campioni contenevano micro- e nanoparticolato inorganico.

Sulla base di quanto stavamo trovando, la dottoressa Gatti chiese ed ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea per allestire una ricerca più sistematica, e il progetto (QLRT-2002-147), che coinvolse anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (gruppo Philips) e la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”, indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da micro- e nanoparticelle.

Si acquistò, allora, un microscopio elettronico a scansione ambientale (ESEM) accessoriato con uno spettroscopio a raggi X a dispersione d’energia (EDS) e si approntò una metodica ad hoc, che ancora non ha uguali al mondo, appropriata per i nostri scopi. Il vantaggio principale di quel tipo di microscopio è la possibilità che questo offre di osservare campioni biologici vitali in condizioni ambientali, vale a dire non sotto vuoto (il che ne farebbe evaporare tutto il contenuto d’acqua, uccidendoli) e senza ricopertura di metalli o di carbone (il che introdurrebbe degl’inquinanti).

L’EDS, invece, permette di eseguire un’analisi elementare assolutamente precisa e puntuale del campione. Iniziate le ricerche, fu subito evidente che il particolato micro- e nanometrico è in grado di entrare nell’organismo e, almeno in parte, non viene affatto eliminato come, invece, era sempre stato dato per scontato pur senza alcuna base scientifica sperimentale, dato che nessuna ricerca in proposito era mai stata eseguita. Fu altrettanto evidente come la via preferenziale d’ingresso di quel materiale sia l’inalazione. A causa delle loro ridottissime dimensioni, quelle particelle, non importa come prodotte, restano sospese nell’aria per tempi lunghissimi. Da qui, vengono inspirate e finiscono negli alveoli polmonari dove, se sono abbastanza grossolane (si parla, comunque di qualche millesimo di millimetro), sono fagocitate dai macrofagi. Una volta che questi corpi estranei sono stati divorati, i macrofagi non sono però capaci di degradarli e, dunque, di distruggerli, perché quei corpi estranei non sono biodegradabili. La conseguenza è che, morto il macrofago, la particella rimane nell’organismo, a meno di quella frazione che i macrofagi sono riusciti a portare a livello delle vie respiratorie superiori per venire poi eliminate tramite l’espettorazione.

Se il particolato è di dimensioni nanometriche, e si parla da qualche decimillesimo di millimetro in giù, questo passa direttamente, entro un minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna.

Dal sangue agli organi il passo è breve, soprattutto se si pensa che le nanoparticelle entrano anche nei globuli rossi, un ottimo cavallo di Troia per superare ogni barriera.

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Nuovi rischi per la salute e sicurezza sul lavoro

(tratto dal primo Rapporto dell’Osservatorio  congiunto

Fillea Cgil -Legambiente- OTTOBRE 2012)

INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ NEL SETTORE EDILIZIO

 capitolo 2.15

L’ immissione nel mercato di un’infinita di nuovi materiali e componenti, che sta caratterizzando un mercato delle costruzioni in rapida evoluzione, rende difficile l’individuazione dei nuovi  rischi correlati per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono infatti tantissimi i nuovi materiali in commercio, alcuni sono potenzialmente dannosi per la salute, ma alla velocita con cui essi sono immessi sul mercato fa riscontro la lentezza delle ricerche sugli esiti tossicologici, e delle procedure atte a regolamentarne gli usi, cosi che spesso ci troviamo di fronte a situazioni di forte rischio, aggravate dalla mancanza di informazione e consapevolezza degli utenti e dei lavoratori.

E’ questo il pericolo che si profila all’orizzonte, soprattutto relativamente all’impiego dei nanomateriali. 

Nelle Tabelle poste in calce al Paragrafo sono sintetizzate le caratteristiche produttive di un campione rappresentativo di materiali innovativi, e sono elencati gli effetti prodotti sull’organizzazione del lavoro e sulla salute e sicurezza dei lavoratori (e degli utenti). Nuovi rischi per la salute e la sicurezza non sono generalmente ascrivibili ai materiali naturali,che sono costituiti da materia prima naturale rigenerabile, dunque hanno un impatto ambientale pressoche nullo e non presentano criticita legate alle fasi di lavorazione e all’uso. Anche i materiali riciclati possono presentare le stesse caratteristiche, a patto che sia controllata la fase di differenziazione del rifiuto, per evitare la presenza, al loro interno, di sostanze tossiche o pericolose. I materiali compositi possono presentare impatti ambientali e rischi, in relazione ai loro componenti, che vanno conosciuti caso per caso, e che non e possibile elencare nello specifico in questo studio.

I nano materiali sono quelli ambientalmente piu ambigui e potenzialmente piu pericolosi: si connotano spesso come ecosostenibili, in quanto fotocatalitici e dunque “mangia smog” (gli intonaci e i prodotti cementizi) oppure battericidi (i piani delle cucine), ma, per le loro caratteristiche microscopiche, essi sono anche potenzialmente pericolosi per la salute. Aumentano le indicazioni sul fatto che i nanomateriali potrebbero essere, per gli esseri umani, piu rischiosi dei corrispondenti materiali in microscala. Tuttavia, va messo in evidenza il termine ‘potrebbero’ poiche a tutt’oggi, le conoscenze  sono troppo limitate per poter generalizzare. Quando si lavora con questi materiali, e di conseguenza consigliabile procedere con un approccio precauzionale.

La rischiosità delle nanoparticelle dipende dalle loro ridotte dimensioni e dalla loro specifica forma. Le ridotta dimensione delle nanoparticelle aumenta la loro reattività chimica, più aggressiva nei confronti del normale funzionamento del corpo umano. Per esempio, molti dei nanomateriali studiati provocano effetti infiammatori più marcati, si ammassano o fissano con più efficacia su determinate parti del corpo impedendone la corretta funzionalità, ma soprattutto, a causa delle piccole dimensioni, la loro superficie è relativamente più ingrandita rispetto al volume (e alla massa) particellare, di modo che la reattività per unità di massa è di gran lunga maggiore. Ciò significa che le nanoparticelle, ad esempio, possono essere talmente piccole da comportarsi come gas, possono penetrare con più profondità  nei polmoni ed essere più facilmente assorbite nel sangue, e, diversamente da quasi tutte le altre sostanze chimiche, possono essere assorbite dai nervi nasali e “facilmente” trasportate al cervello umano, e possono raggiungere punti (cellule, organi) del corpo umano che normalmente sono ben protetti contro l’invasione delle forme di maggiori dimensioni. Anche la forma specifica delle nanoparticelle può influire sulla loro tossicità: per esempio, laddove le particelle possono essere relativamente non tossiche, i nanorod (nanobastoncini) possono invece comportarsi come aghi, e perforare i tessuti umani. A prescindere dai rischi sostanziali, tuttavia, il fattore chiave degli eventuali rischi per la salute generati da nanoprodotti o nanomateriali è la possibilità di esposizione. Quando si parla di esposizione alle nanoparticelle, per i lavoratori edili si intende in primo luogo (e quasi senza eccezione) esposizione ai nanoprodotti (prodotto in cui viene inserito un nanomateriale). Considerati i prodotti utilizzati in genere dai lavoratori edili e le attività che essi svolgono quotidianamente, gli eventuali rischi per la salute riguardano con maggiore probabilità l’esposizione per inalazione di nanomateriali che generano polveri (tramite operazioni di taglio, smerigliatura, perforazione o lavorazione a macchina) o aerosol dalla verniciatura a spruzzo.

scarica il rapporto completo

COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE: “Le attuali conoscenze scientifiche non sono sufficienti per comprendere appieno tutte le caratteristiche e i rischi dei nanomateriali”

Se, in maniera generale, il quadro legislativo comunitario copre i nanomateriali, l’applicazione della legislazione deve essere ulteriormente perfezionata.

Tra gli elementi importanti figurano i metodi di prova e i metodi di valutazione dei rischi che fungono da base per l’applicazione della legislazione, per le decisioni amministrative e per gli obblighi a carico dei fabbricanti e dei datori di lavoro.

Le attuali conoscenze scientifiche non sono sufficienti per comprendere appieno tutte le caratteristiche e i rischi dei nanomaterialiIl comitato scientifico UE dei rischi sanitari emergenti e recentemente identificati (CSRSERI) e il comitato scientifico dei prodotti di consumo (CSPC) hanno segnalato la necessità di migliorare la base di conoscenze, soprattutto per quanto riguarda i metodi di prova e quelli di valutazione dei rischi (pericoli ed esposizione). In linea generale, fra gli Stati membri e a livello internazionale esiste un consenso sulla necessità di ulteriori ricerche. Questo è quanto viene indicato nell’allegato documento di lavoro dei servizi della Commissione. Quando non si conosce la reale portata di un rischio, ma le preoccupazioni sono tali da ritenere necessarie misure di gestione dei rischi, come è il caso attualmente per i nanomateriali, tali misure devono basarsi sul principio di precauzione. Come precisato nella comunicazione della Commissione del 2 febbraio 2000 sul principio di precauzione, il ricorso a tale principio non si traduce necessariamente nell’adozione di atti finali volti a produrre effetti giuridici. È possibile ricorrere a una vasta gamma di azioni o misure, come misure giuridicamente vincolanti, l’avvio di progetti di ricerca o raccomandazioni. Le misure adottate nel quadro del principio di precauzione devono basarsi su principi generali di gestione dei rischi; pertanto devono essere, tra l’altro, proporzionate, non discriminatorie e coerenti e fondarsi su un esame dei vantaggi e degli oneri derivanti dall’azione o dall’inazione oltre che su un esame dell’evoluzione scientifica. In tale contesto l’intervento comunitario per una gestione dei rischi che soddisfi le prescrizioni normative deve concentrarsi principalmente sulle seguenti attività.

Miglioramento della base di conoscenze

 Per sostenere l’attività normativa occorre migliorare rapidamente la base di conoscenze scientifiche. Sono in corso attività di ricerca nell’ambito dei programmi quadro di ricerca e presso il Centro comune di ricerca, come pure a livello internazionale e dei singoli Stati membri dell’UE.

Sono necessarie ricerche soprattutto negli ambiti connessi alla valutazione e alla gestione dei rischi come:

• elaborazione di dati sugli effetti tossici ed ecotossici e sviluppo di metodi di prova per produrre tali dati;

• elaborazione di dati sugli usi e le esposizioni nel corso dell’intero ciclo di vita dei nanomateriali o dei prodotti contenenti nanomateriali nonché di strategie di valutazione dell’esposizione;

• caratterizzazione dei nanomateriali, elaborazione di norme e nomenclature uniformi e di tecniche analitiche di misurazione;

• per quanto riguarda gli aspetti legati alla salute sul lavoro, efficacia di una serie di misure di gestione dei rischi, come strutture di contenimento di determinati processi, ventilazione, dispositivi di protezione individuale quali guanti e apparecchi di protezione delle vie respiratorie. Ai fini dell’elaborazione di norme e di metodi di prova occorre una stretta collaborazione internazionale per garantire che i dati scientifici possano essere confrontati a livello mondiale e che i metodi scientifici utilizzati per scopi normativi siano armonizzati.

Il gruppo di lavoro dell’OCSE sui nanomateriali di sintesi (OECD Working Party on Manufactured Nanomaterials) è diventato il principale forum per il coordinamento delle attività a livello internazionale. Sono in corso lavori anche nel quadro dell’Organizzazione internazionale di normazione (ISO). È stata avviata tutta una serie di attività volte a migliorare la base di conoscenze (cfr. l’allegato documento di lavoro dei servizi della Commissione e la comunicazione della Commissione “Nanoscienze e nanotecnologie: un piano di azione per l’Europa 2005-2009. Prima relazione sull’attuazione, 2005-2007”).

Miglioramento dell’applicazione della legislazione

I gruppi di lavoro della Commissione, le riunione delle autorità competenti e le agenzie responsabili per il coordinamento dell’applicazione delle normative dovranno valutare in maniera regolare se sia necessario adottare ulteriori provvedimenti e di quale tipo.

Tali attività si tradurranno principalmente in documenti di applicazione della legislazione esistente. Tra gli esempi possibili figurano la fissazione di limiti, l’autorizzazione di sostanze e ingredienti, la classificazione di rifiuti come pericolosi, il rafforzamento della valutazione della conformità mediante una riclassificazione, l’introduzione di restrizioni per la commercializzazione e l’impiego di sostanze e preparati chimici ecc.

Nella maggior parte dei casi le disposizioni legislative di applicazione potranno essere adottate mediante procedure di comitatologia. Sono inoltre necessari lavori a livello di documenti da utilizzare su base volontaria, come orientamenti sulla normativa, norme internazionali ed europee, pareri dei comitati scientifici ecc. Occorrerà altresì affrontare le questioni di natura etica secondo le indicazioni del gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove  tecnologie. Sarà inoltre necessario il contributo delle agenzie pertinenti, come l’Agenzia europea per i medicinali, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche o l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (OSHA). L’allegato documento di lavoro dei servizi della Commissione indica quali misure sono già state adottate in una serie di settori. La necessità di ulteriori interventi riguarda particolarmente l’applicazione della valutazione dei rischi. I pertinenti gruppi di lavoro della Commissione devono pertanto dare un seguito ai pareri espressi dai comitati scientifici europei in merito alla valutazione dei rischi. Inoltre, gli organismi europei di normazione sono stati ufficialmente incaricati di verificare se le norme esistenti coprono in misura adeguata i rischi connessi ai nanomateriali. Occorrerà prestare un’attenzione particolare ai prodotti che non vengono sottoposti a controlli prima dell’immissione sul mercato. Dovranno essere promosse azioni congiunte fra le autorità per garantire una sorveglianza ottimale del mercato. È necessario avviare un dialogo con le parti interessate in settori specifici al fine di garantire la trasparenza sui casi in cui le prescrizioni normative vanno rispettate e sulle modalità per lo scambio delle informazioni pertinenti. A livello internazionale i rischi connessi alle nanotecnologie sono diventati una priorità per la collaborazione internazionale nel campo dei cosmetici, dei farmaci, delle sostanze chimiche, della sicurezza alimentare e dei dispositivi medici. In attesa dell’adozione di normative di applicazione e di norme o orientamenti maggiormente specifici, si continuerà a fare riferimento, caso per caso, agli attuali documenti che fungono da base per l’applicazione.

Informazione degli utilizzatori

 La legislazione comunitaria non contiene disposizioni specifiche per i nanomateriali. Senza escludere la possibilità che risulti necessario stabilire obblighi di etichettatura specifici, i nanomateriali devono tuttavia conformarsi alle disposizioni esistenti nel diritto comunitario in materia di etichettatura dei prodotti, avvertenze ai consumatori e agli utilizzatori in base alle caratteristiche dei prodotti, istruzioni per l’uso e a tutti gli altri obblighi di informazione. Rivestono inoltre pertinenza le disposizioni del regolamento REACH che prevedono obblighi di diffusione dei dati in materia di rischi per l’ambiente, la sicurezza e la salute: tali informazioni devono raggiungere gli utilizzatori industriali lungo l’intera catena di approvvigionamento mediante le schede di dati di sicurezza ed essere rese accessibili al grande pubblico su Internet. Verranno elaborate relazioni sulla sicurezza chimica per le sostanze commercializzate in quantitativi pari o superiori alle 10 tonnellate e l’Agenzia europea per le sostanze chimiche predisporrà e gestirà una base dati destinata a rendere pubblici i dati non riservati relativi alle sostanze chimiche. Si richiama inoltre l’attenzione sulle disposizioni del diritto comunitario che introducono un diritto di accesso alle informazioni in relazione ai programmi destinati principalmente ad applicare la legislazione in materia di tutela dell’ambiente. 

Occorre distinguere l’obbligo di fornire informazioni relative all’uso dei nanomateriali e delle nanotecnologie dalle affermazioni dei fabbricanti sulla presenza di particolari caratteristiche associate al loro uso. Qualora tali affermazioni non risultino giustificate si potranno invocare le disposizioni comunitarie in materia di pubblicità falsa o ingannevole

Sorveglianza di mercato e meccanismi di intervento

Una particolare attenzione verrà riservata ai vari strumenti previsti dalla legislazione comunitaria in base ai quali le autorità nazionali sono tenute a provvedere allo scambio di informazioni o ad intervenire qualora i prodotti, pur conformi alle prescrizioni regolamentari, presentino o possano presentare un rischio. Tali strumenti possono assumere la forma di clausole di salvaguardia, misure di monitoraggio della salute, controllo dei mercati dei prodotti alimentari, dei mangimi e degli antiparassitari, obiezioni formali alle norme, misure precauzionali, procedure di vigilanza, misure basate su nuovi elementi di prova o su una nuova valutazione dei dati esistenti, scambio reciproco di informazioni, sistemi di allerta o allarme rapido ecc.. Le autorità possono pertanto intervenire in qualsiasi fase qualora vengano identificati rischi specifici relativi a prodotti già presenti sul mercato che contengono nanomateriali. 

CONCLUSIONI

 In linea di massima l’attuale legislazione copre i possibili rischi per la salute, la sicurezza e l’ambiente connessi ai nanomateriali. La protezione della salute, della sicurezza e dell’ambiente deve essere rafforzata soprattutto migliorando l’applicazione della legislazione esistente. La Commissione e le agenzie dell’Unione Europea procederanno quindi in primo luogo a un riesame degli attuali documenti alla base di tale applicazione, quali disposizioni legislative di applicazione, norme e orientamenti tecnici dal punto di vista della loro applicabilità e adeguatezza in relazione ai nanomateriali. È necessario migliorare le conoscenze su questioni di fondamentale importanza quali la caratterizzazione dei nanomateriali, i loro pericoli, l’esposizione e la valutazione della gestione dei rischi. Poiché le conoscenze si dimostrano il fattore cruciale ai fini dell’applicazione della legislazione e, in definitiva, della sua elaborazione, sono state intraprese in via prioritaria azioni mirate in una serie di settori e a diversi livelli, soprattutto nel campo della ricerca e dello sviluppo, nell’ambito dei programmi quadro 6 e 7 e presso il Centro comune di ricerca della Commissione europea. Le attività sono coordinate con i partner internazionali e le parti interessate in seno ai forum pertinenti come l’OCSE e l’ISO. I gruppi di lavoro della Commissione incaricati di coordinare l’applicazione della legislazione stanno esaminando su base continua se sia necessario modificare la normativa su aspetti specifici, tenendo conto della produzione permanente di informazioni a seguito dell’identificazione di lacune conoscitive. Essi prenderanno in considerazione i lavori svolti in materia a livello nazionale e internazionale. Le autorità e le agenzie responsabili per l’applicazione della legislazione dovranno continuare a sorvegliare con attenzione il mercato e avvalersi dei meccanismi comunitari di intervento sul mercato qualora prodotti già in commercio presentino rischi.  La Commissione intende riferire sui progressi compiuti in tali campi tre anni dopo la presentazione della presente comunicazione.

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Nanotoxicology International Conference NanoTox-2008

 

The Swiss Federal Institute of Technology Zurich (ETH), the ETH Research Institute for Materials Science and Technology (Empa) and the University of Berne, are organizing the 2nd International Conference on Nanotoxicology,
At this conference, the attendee will have the chance to meet the most important representatives of research into biological effects of nanoparticles and nanomaterials, discuss with them and give input, for example for the development of new methods, biological models or standardisation processes. The organizers are eager to have as many young participants as possible, they would like to encourage all senior researchers to sponsor one student, graduate student or young investigator by giving him or her the possibility to attend this important event, but there is only space for 270 participants